Per comunismo o società comunista s'intende una società priva di distinzione di classe e nella quale vengono esercitati la proprietà e il controllo collettivo dei mezzi di produzione, dei servizi, dei beni e così via, eventualmente nell'ottica di una (parziale o totale) abolizione della proprietà privata. Inoltre, il termine "comunismo" viene usato anche per riferirsi all'insieme dei movimenti politici che si propongono o sostengono l'instaurazione di una società comunista. In questa accezione, il termine è oggi soprattutto associato al pensiero di Karl Marx, Friedrich Engels e altri, per cui il comunismo non è un'utopia quanto una prassi politica: "Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da principii ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la storia finora trascorsa e specialmente i suoi attuali risultati reali nei paesi civili". E ancora: "il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente"(Karl Marx).
Prima di Marx, le linee generali del concetto di "comunismo" inteso come proprietà collettiva dei beni sono state teorizzate da altri pensatori, filosofi e politici, che spesso però hanno descritto una società (in qualche misura) comunista come utopia o ideale. Il movimento comunista marxista (definito come socialismo scientifico dagli stessi Marx ed Engels) pone questo ideale come obiettivo realizzabile, sulla base di una analisi scientifica della realtà sociale, e lo concepisce come naturale superamento del modello di società e di economia del capitalismo.
L'aspirazione a creare una società egualitaria ha origini assai più lontane e ha dato vita nel corso dei secoli a teorie che nel tempo hanno assunto connotazioni e realizzazioni differenti, che in seguito ripercorriamo, suscitando consensi e critiche di ogni genere.
Anche nel cristianesimo delle origini vi sono aspirazioni di tipo comunistico, su base volontaria, pur senza alcun tentativo di teorizzazione delle stesse in termini di organizzazione dello stato. Questi ideali troveranno spazio negli ordini monastici oppure, soprattutto nel medioevo, in alcuni movimenti ereticali (come quello dei dolciniani).
Più tardi L'Utopia di Tommaso Moro e La Città del Sole di Tommaso Campanella descrivono ugualmente altre comunità ideali in vario grado comuniste.
L'idea di comunismo aleggia durante l'Illuminismo, influenzando diversi filosofi e soprattutto Jean-Jacques Rousseau, l'Abate di Mably e Morelly (il cui pensiero influenza profondamente la Rivoluzione francese e il Giacobinismo), e altri circoli rivoluzionari egualitari, incarnati nella persona di Jean Paul Marat.
Si segnalano poi, fra gli esperimenti di "comunismo reale", anche le reducciones del Paraguay impiantate dai Gesuiti nel XVIII secolo.
Le condizioni di estrema povertà degli operai nel corso della prima fase della rivoluzione industriale, sollecitano la nascita tra di essi di una nuova coscienza politica, che a volte sfocia nell'elaborazione di tesi comuniste. Il più importante filosofo a credere nel comunismo è Karl Marx che usa il termine tra l'altro nel Manifesto del Partito Comunista scritto con Friedrich Engels.
Con Marx ed Engels il comunismo diventa un movimento rivoluzionario. In contrasto con le idee utopistiche di Owen e Saint-Simon, Marx ed Engels affermano che il comunismo non poteva emergere da piccole comunità isolate ma solo globalmente, dal corpo dell'intera società. Il Manifesto propone una lettura della storia sotto la lente del concetto di lotta di classe: il motore della storia è nel contrasto tra una piccola elite, che possiede o controlla i mezzi di produzione e la grande maggioranza di persone, che non possiede quasi nulla.
Nella fase storica descritta dal Manifesto, il capitalismo, la borghesia (capitalisti che detenevano i mezzi di produzione) opprimeva il proletariato (lavoratori industriali). Nell'opera Das Kapital (Il Capitale), Karl Marx analizza come i capitalisti comprassero forza lavoro dai lavoratori ottenendo il diritto di rivendere il risultato dell'attività produttiva ottenendo così un profitto (vedi Teoria del valore e Teoria marxiana del valore per i dettagli). Per Marx se le classi lavoratrici di tutti i paesi prendessero coscienza dei loro comuni obiettivi, si unirebbero per rovesciare il sistema capitalista. Lo considerava, se lo svolgimento della storia avesse seguito la logica di una razionalità hegeliana, un risultato inevitabile di un processo storico in atto; potendosi comunque verificare, qualora il socialismo non fosse riuscito ad imporsi, l'imbarbarimento della società attraverso la rovina di ambedue le classi in lotta.
Dalle rovine del capitalismo sarebbe sorta una società in cui, dopo un periodo di transizione (dittatura del proletariato) in cui lo Stato avrebbe controllato i mezzi di produzione, la loro proprietà sarebbe passata alla società stessa nel suo complesso (lo Stato era destinato a dissolversi). La dittatura del proletariato, come fase transitoria, veniva così a contrapporsi alla dittatura della borghesia, come imposizione alla minoranza dei capitalisti della volontà della stragrande maggioranza della popolazione (il proletariato). La proprietà privata sarebbe stata limitata agli effetti personali (proprietà individuale). La conseguenza della proprietà collettiva dei mezzi di produzione sarebbe stata, nell'ottica di Marx, la fine della divisione della società in classi sociali e, di conseguenza, la fine dello sfruttamento e la piena realizzazione dell'individuo. Una tale società sarebbe stata costruita attorno all'economia del dono "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità." L'agnosticismo, caratteristica del comunismo marxista, era una conseguenza logica del materialismo dialettico che il marxismo adottava come metodo.
Le idee di Marx sono state sviluppate in molte direzioni diverse: alcuni pensatori prendono da Marx solo il metodo di analisi della società, mentre il nascente movimento socialista ne abbraccia con entusiasmo la parte rivoluzionaria, mettendo in secondo piano il pensiero dei socialisti non marxisti (Pierre-Joseph Proudhon, l'anarchico Bakunin, i già citati utopisti e molti altri). Fu nel segno di Marx che fu creata la Seconda Internazionale Socialista. Nel periodo successivo alla morte di Marx al termine comunismo venne di solito preferito quello, allora equivalente, di socialismo. La grande divisione tra i seguaci delle idee di trasformazione sociale di Marx passava tra i cosiddetti socialisti riformisti o gradualisti come Karl Kautsky in Germania, Filippo Turati in Italia o i marxisti austriaci e i socialisti rivoluzionari come Rosa Luxemburg in Germania o Giacinto Menotti Serrati in Italia. Entrambi i gruppi pensavano che il comunismo fosse la naturale evoluzione della società occidentale, che come era evoluta dal feudalesimo al capitalismo borghese per la crisi del feudalesimo stesso, sarebbe dovuta evolvere naturalmente da capitalista in comunista per via delle contraddizioni interne del capitalismo. La differenza stava nel metodo che ritenevano necessario per questa transizione: mentre i socialisti riformisti ritenevano che il passaggio si sarebbe verificato gradualmente, attraverso una serie di riforme sociali, i socialisti rivoluzionari pensavano invece che questo cambiamento non sarebbe mai avvenuto spontaneamente ma avrebbe richiesto una rivoluzione.
Karl Marx e Friedrich Engels studiano anche altre forme di comunismo. Partendo dalle ricerche di Lewis Morgan e di altri antropologi loro contemporanei, affermano che i primi ominidi vivevano in una sorta di società comunista, chiamata comunismo primitivo: il poco che possedevano veniva condiviso fra tutti, come anche i prodotti dell'attività dei singoli (in massima parte cibo). Alcuni gruppi isolati di persone vivevano fino a pochi anni fa in questo modo. In tutte le società moderne tuttavia la proprietà privata gioca un ruolo fondamentale, facendo sorgere il concetto di società classista.
Questa tesi venne criticata da alcuni indiani americani, come Russell Means, che vedevano il concetto di comunismo primitivo come una distorsione della realtà dovuta all'imposizione di uno schema teorico occidentale precostituito su una situazione che invece non coincideva affatto con questa visione semplicistica delle cose; peggio ancora, Means e gli altri denunciavano come questa distorsione fosse strumentale, dovuta al desiderio di ricavarne prove da portare a sostegno nel dibattito ideologico in Europa. In particolare, l'antropologia del XIX secolo, i cui risultati Marx e gli altri citavano come prova a favore delle loro tesi, era basata su ricerche pesantemente influenzate da pregiudizi razziali, prive di una vera comprensione delle culture in esame e di loro osservazioni dirette.
Il più importante teorico anarchico del primo periodo è sicuramente il russo Michail Bakunin che espose la sua dottrina per lo più in Stato e Anarchia. Per Bakunin libertà e eguaglianza erano due obiettivi inscindibili. Lo Stato, con la sua divisione tra governati e governanti, tra chi possiede la cultura e chi esegue il lavoro fisico, era in sé stesso un apparato repressivo e doveva essere dissolto senza il passaggio per una fase intermedia.
Bakunin individuò gli equivoci e i possibili rischi della nozione di Marx di dittatura del proletariato. Secondo Bakunin il marxismo era l'ideologia di quella che chiamava "élite della classe dominata", avviata a diventare classe dominante a sua volta, e, in particolare, era l'ideologia degli intellettuali sradicati. La conquista del potere da parte dei comunisti marxisti, secondo Bakunin, avrebbe portato non alla libertà ma a una dittatura tecnocratica. Se c'è uno Stato ci deve essere per forza dominio di una classe sull'altra... Che cosa significa che il proletariato deve elevarsi a classe dominante? È possibile che tutto il proletariato si metta alla testa del governo?... I marxisti sono consci di tale contraddizione e si rendono conto che un governo di scienziati sarà effettivamente una dittatura... Essi si consolano con l'idea che tale dominio sarà temporaneo.... La massa del popolo verrà divisa in due armate, quella agricola e quella industriale, poste agli ordini degli ingegneri di Stato che costituiranno la nuova classe politico-scientifica privilegiata. (Michail Bakunin, Stato e Anarchia)
Il modello proposto da Bakunin era quello di una libera federazione di comuni, regioni e nazioni in cui i mezzi di produzione, collettivizzati, sarebbero stati direttamente nelle mani del popolo tramite un sistema di autogestione.
Idee simili a quelle di Bakunin furono sviluppate da Pëtr Kropotkin, suo connazionale, scienziato oltre che filosofo. Criticando il darwinismo sociale che fungeva da giustificazione alla competizione capitalistica e all'imperialismo, nel suo saggio Mutual Aid (1902) Kropotkin si propone di dimostrare come tra le specie animali prevalgano la cooperazione e l'armonia. Proprio cooperazione ed armonia, senza necessità di una stratificazione gerarchica, dovrebbero essere i principi dell'organizzazione sociale umana. Kropotkin prende ad esempio le poleis greche, i comuni medievali ed altre esperienze storiche come esempi di società autogestite. L'etica non dovrebbe essere imposta dalle leggi dello Stato ma scaturire spontaneamente dalla comunità. Come Bakunin, Kropotkin si augura la scomparsa dello Stato e l'instaurazione di un comunismo federalista, autogestito e decentrato.
L'uso del termine comunista cambia (e acquisisce un significato distinto da socialista) quando nel 1917 il partito leninista prende il potere in Russia con la Rivoluzione d'ottobre, la quale successivamente, 1922, porterrà alla fondazione della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS). Dopo la rivoluzione Lenin propone infatti alle fazioni rivoluzionarie dei socialisti marxisti di espellere la fazione riformista, cambiare il nome dei loro partiti in Partito Comunista e unirsi in una nuova Terza Internazionale, 1919, che poi diventa l'Internazionale Comunista, abbreviato in seguito in Comintern. La nuova Internazionale si ispira al modello sovietico, accetta, implicitamente, la leadership del Partito Comunista Panrusso (Bolscevichi) e adotta la versione bolscevica del marxismo. Ogni partito che voleva aderire doveva accettare le "Ventuno Condizioni" decise dal secondo congresso dell'Internazionale, fra le quali la dodicesima che indicava che i partiti aderenti dovevano basarsi sul principio del centralismo democratico, che prevedeva la possibilità di ampio dibattito interno ma che impediva l'espressione all'esterno di questo dibattito ed una organizzazione di tipo centralizzata con vasti poteri al centro.
Nel pensiero di Lenin, come nel marxismo classico, il primo passo della presa del potere da parte del proletariato consisteva in una rivoluzione: il dominio borghese doveva essere sostituito dal dominio del proletariato (nel pensiero marxista classico questa fase viene chiamata dittatura del proletariato). Lenin però, che aveva ripreso e ampliato la teoria di Hobson sull'imperialismo, a differenza di Marx che credeva che la rivoluzione sarebbe avvenuta nei paesi in cui il capitalismo era più avanzato, ipotizzò che la rivoluzione potesse avvenire prima nelle nazioni arretrate, come la Russia zarista, che erano più fragili perché subivano contemporaneamente sia le sollecitazioni interne del cambiamento sociale sia la pressione concorrente degli stati confinanti, economicamente e socialmente più moderni. Lenin, più che puntare sul movimento di massa, contava sull'opera di un'avanguardia proletaria composta di partiti coesi, bene organizzati e retti da una rigida disciplina. Questa versione del marxismo è detta leninismo.
La maggior parte dei socialisti rivoluzionari accettarono dopo qualche perplessità la proposta. Non mancarono però gli accesi critici di Lenin, come Rosa Luxemburg che intravide l'involuzione dittatoriale che la Rivoluzione d'Ottobre stava prendendo sotto la direzione del partito bolscevico.
La politica sovietica e la prassi comunista cambiarono radicalmente con l'ascesa, come successore di Lenin, di Josif Stalin; questi elaborò una ideologia, il marxismo-leninismo, sotto la facciata della continuazione del pensiero di Marx e di Lenin e trasformò l'URSS in uno dei peggiori regimi totalitari del XX secolo. Stalin prima estromise dal potere con complesse manovre il vecchio gruppo dirigente bolscevico, del quale Leon Trotsky era l'esponente più brillante, quindi si sbarazzò uno a uno dei suoi rivali reali o potenziali accusandoli di varie deviazioni politiche e tradimenti immaginari (Grandi purghe degli anni '30 che videro tra le vittime quasi tutti gli esponenti del vecchio gruppo dirigente bolscevico. Ogni forma di libertà fu eliminata e fu instaurato un regime di terrore in cui tutti potevano essere da un momento all'altro accusati di qualcosa, arrestati, torturati e, quando si trattava di membri del PCUS, spesso costretti ad ammettere i loro inesistenti delitti in pubblici processi prima di venire uccisi o internati in campi di concentramento (famigerato Arcipelago Gulag).
Alla passione ed alle idee della rivoluzione del 1917 si sostituì l'arbitrio di Stalin. La collettivizzazione forzata, che provocò milioni di morti, e l'industrializzazione sotto la guida statale non avevano più lo scopo di creare una qualche forma di società socialista ma piuttosto quella di rafforzare la nazione sovietica e il potere del suo dittatore. La politica estera machiavellica di Stalin passava dal sostegno aperto ai movimenti antifascisti quando la sua posizione poteva uscirne rafforzata alla ricerca di un compromesso semi-segreto con la Germania nazista per spartirsi la Polonia (Patto Molotov-Ribbentrop, 1939). Le indicazioni che impartiva ai partiti comunisti (il Comintern era ormai diventato una cinghia di trasmissione delle volontà della dirigenza sovietica anziché un luogo di discussione) erano ugualmente capaci di subire brusche sterzate da un momento all'altro. Ad ogni "capriola ideologica" chi sosteneva una tesi contraria veniva perseguitato e tacciato di tradimento.
Paradossalmente negli anni '30 ben pochi si accorsero della piega che la situazione stava prendendo in URSS: al contrario, Stalin raggiunse una popolarità anche maggiore dei leaders sovietici precedenti. Seppe presentarsi ai comunisti come una guida solida e abile, alla sinistra in generale come uno dei pochi leader che facesse qualcosa per combattere il fascismo (almeno prima del Patto Molotov-Ribbentrop) e a liberali e conservatori come un "moderato" che aveva abbandonato le velleità di Trotsky di una Rivoluzione permanente e che non costituiva perciò più un pericolo per gli altri paesi. Con l'avvento del fascismo molti avevano infatti cominciato a pronosticare la morte della "democrazia borghese" e a ritenere che fascismo o comunismo sovietico fossero le sole vie possibili. L'abilità manipolatoria della propaganda e l'impossibilità per molti militanti comunisti di visitare di persona l'URSS e rendersi conto della reale situazione del paese favorirono il dittatore.
Tra le testimonianze, comparse solo più tardi, sui campi di concentramento staliniani possiamo citare quella di Alexander Solzhenitsyn, e tra le opere letterarie di denuncia sulla repressione staliniana il romanzo Buio a Mezzogiorno di Arthur Koestler, che aveva rotto con il comunismo proprio per questa ragione. Altri intellettuali che spezzarono il conformismo sull'URSS, allora imperante nel mondo progressista, furono George Orwell, André Gide, Ignazio Silone (tutti e tre ex-comunisti). Anche Antonio Gramsci, l'ex segretario del Partito Comunista d'Italia, dal carcere dove era detenuto a causa della sua opposizione al fascismo, fece conoscere la sua opposizione alla persecuzione di Trotzkij e dei vecchi dirigenti bolscevichi.
Alla fine della seconda guerra mondiale il potere di Stalin e la sua ideologia si espansero nelle zone che l'Armata Rossa aveva liberato dal nazismo. Dove esisteva un movimento comunista di massa, come in Cecoslovacchia, le purghe eliminarono presto i dirigenti non in linea con l'URSS o non sufficientemente malleabili. Alla fine l'Europa orientale aveva visto nascere una cintura di Stati satelliti saldamente controllati dall'URSS e con sistemi politico-sociali ricalcati sul modello sovietico.
La reazione dell'Occidente, che in quel momento voleva dire soprattutto gli Stati Uniti d'America, all'espansione dell'influenza dell'URSS fu in alcuni momenti eccessiva e portò ad un progressivo irrigidimento dei due grandi blocchi che si configurò come guerra fredda.
L'espansione dell'ideologia marxista-leninista andò oltre l'avanzata dell'Armata Rossa, raggiunse infatti la Repubblica Popolare Cinese, che sarebbe stata proclamata nel 1949 da Mao Tse Tung e l'Albania di Enver Hoxha che erano il frutto di una lotta civile e di una resistenza antifascista interne, a queste va aggiunta la Repubblica socialista federale di Jugoslavia presieduta dal Maresciallo Tito, nella quale l'Armata Rossa non si stabilì pur avendo partecipato alla lotta per la liberazione dell'occupazione nazista. I governi di questi paesi dopo un primo periodo di buoni rapporti dimostratono che non avevano nessuna intenzione di sottomettersi passivamente ai dettami dell'URSS quindi in epoche differenti ruppero con l'URSS teorizzando anche una propria versione dell'ideologia marxista-leninista: maoismo, hoxhismo (chiamato a volte enverismo) e il titoismo.
Dopo la morte di Stalin ci furono da parte dei paesi e dei partiti satelliti dei tentativi di scrollarsi dal pesante dominio sovietico ma questi tentativi vennero repressi duramente. I partiti dell'europa occidentale, già membri del Comintern, seguirono le posizioni dell'URSS in linea generale fino al 1968, la Primavera di Praga, quando per la prima volta non furono d'accordo con le scelte fatte dalla dirigenza sovietica. Da quel momento in poi questi partiti si allontanarono sempre più dall'ideologia marxista-leninista fino a quando verso la fine degli anni settanta si spostarono su posizioni eurocomuniste. Successivamente con il 1989 e la dissoluzione dell'URSS anche nell'europa orientale venne la fine del predominio di tale ideologia. In alcuni paesi (Cina, Corea del Nord, Cuba, Laos, Vietnam) permangono al potere dei regimi controllati da partiti che erano espressione dell'ideologia marxista-leninista e delle sue variazioni, ma hanno adottato in misura più o meno ampia un economia improntata a criteri pragmatici.
Flag of the People%27s_Republic_of_China.svg Flag of North Korea.svg Flag of Cuba.svg Flag of Laos.svg Flag of Vietnam.svg
Nonostante Lenin preferisse Trotzkij come successore, Stalin riuscì ad esautorarlo e ad esiliarlo, riuscendo a portare a compimento il proprio progetto di stato e di partito. Ne risultò una società paralizzata da un apparato burocratico elefantiaco. La cura a questa situazione fu teorizzata da Trotzkij ne "La rivoluzione tradita" e consisteva in una seconda rivoluzione che avrebbe dovuto portare il popolo a riprendersi lo stato, togliendolo di mano ai "burocrati" che avevano assunto il ruolo di classe dominante, tolto ai capitalisti.
La prima guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, sembrava avere dato ragione a chi criticava l'ordine sociale e politico esistente e a chi riteneva che il sistema capitalistico avrebbe portato a rivalità distruttive e disastrose tra le nazioni. La crisi economica del 1929 rivelò le contraddizioni e l'inadeguatezza del capitalismo liberista dell'epoca, fornendo ulteriori argomenti ai teorici di una rivoluzione socialista. Allo stesso tempo però i comunisti, insieme alle altre forze di sinistra dell'epoca, dovettero prendere atto di un fenomeno nuovo e preoccupante: la crisi e l'impoverimento delle nazioni europee non portava a rivoluzioni progressiste, ma all'abolizione della democrazia e all'affermarsi di regimi autoritari di destra, di cui gli esempi più eclatanti erano il fascismo italiano e il nazismo tedesco.
L'avvento del fascismo colse i comunisti come le altre forze politiche impreparati: ma essi furono tra i pochissimi a cercare di organizzare una vera resistenza e a mantenere un'organizzazione clandestina anche dopo l'affermazione del regime. Il ruolo fondamentale svolto dai comunisti nella lotta al fascismo è stato spiegato in diversi modi: essi erano per lo più persone con forti convinzioni ideali, preparate a un'eventuale azione clandestina e alla possibilità di essere perseguitate per le loro idee politiche. Inoltre i comunisti che militavano nei partiti membri del Comintern avevano alle loro spalle l'organizzazione di questa e il prestigio dell'URSS, anche se non sempre i sovietici li appoggiarono in modo effettivo. Nel primo periodo, infatti, lo sforzo antifascista dei comunisti ebbe un grosso limite nella politica del Comintern di considerare le forze riformiste di sinistra nemici da combattere anziché alleati: il termine "socialfascismo" coniato per bollare i socialdemocratici fu la manifestazione più evidente di questo atteggiamento. Si pensava infatti che il fascismo sarebbe stato un fenomeno transitorio (tesi questa purtroppo condivisa da molti osservatori dell'epoca), che sarebbe crollato lasciando via libera alla lotta tra comunisti e loro oppositori per creare una società alternativa al capitalismo e che i socialdemocratici, compromessi con le forze conservatrici, si sarebbero trovati dalla parte opposta delle barricate. Questa politica fu in parte imposta da Stalin e in parte inizialmente caldeggiata da alcuni partiti comunisti, come il Partito Comunista Tedesco, che erano divisi da un'aspra rivalità con i socialdemocratici. Per ulteriori approfondimenti su questo punto si può leggere Nascita e avvento del fascismo dell'ex comunista italiano Angelo Tasca, e Da Potsdam a Mosca di Margaret Buber-Neumann, compagna di uno dei principali dirigenti del Partito Comunista tedesco.
Le conseguenze disastrose dell'avvento del fascismo e le migliaia di vittime comuniste dei regimi fascisti (la più celebre nei primi anni è forse il secondo segretario del Partito Comunista d'Italia, Antonio Gramsci, morto in carcere dopo una lunga e durissima prigionia) portarono a un ripensamento della posizione del Comintern ed alla nuova politica dei Fronti Popolari, alleanze di tutte le forze di sinistra in funzione democratica e antifascista: il primo esempio di Fronte Popolare fu quello spagnolo che vinse le elezioni nel 1936 (vedi anche voce Guerra civile spagnola). Poco tempo dopo anche in Francia si affermò un governo di Fronte Popolare, formato da socialisti e radicali e appoggiato dai comunisti dall'esterno.
Durante la guerra di Spagna la sezione locale del Comintern, che inizialmente nel paese non era che un piccolo partito, acquisi una forza e un prestigio notevole grazie agli aiuti militari che l'URSS fece pervenire ai repubblicani spagnoli e che si trovò a gestire. Il Comintern favorì la nascita e l'organizzazione delle Brigate Internazionali, che erano aperte agli antifascisti di ogni tendenza politica, che permisero a chi voleva dare il suo contributo individuale alla causa spagnola di partecipare alla lotta.
Proprio in Spagna però si manifesta, fuori dall'isolamento dell'URSS, la repressione staliniana dei comunisti che non volevano piegarsi alle posizioni del Comintern. In questo paese esistevano infatti un forte movimento anarchico (vedi paragrafo comunismo anarchico) rappresentato dai sindacati FAI (Federación Anarquista Ibérica) e CNT (Confederación Nacional del Trabajo), e un piccolo ma attivo partito marxista di vaga ispirazione trotzkijsta e antisovietica, il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista). La principale differenza di indirizzo politico tra POUM e i filo-sovietici durante la guerra era che i primi ritenevano inseparabili guerra antifascista e rivoluzione socialista, mentre per i secondi ogni altro obiettivo doveva essere subordinato alla vittoria sul generale Francisco Franco e i suoi miliziani. Sotto istigazione di Stalin il POUM venne accusato di essere un movimento di traditori che "oggettivamente" favorivano i fascisti e i suoi membri perseguitati (Andreu Nin, il segretario, venne torturato e assassinato in carcere). Parallelamente gli esperimenti di "comunismo libertario" e autogestito degli anarchici venivano scoraggiati o interrotti, anche se i dirigenti anarchici riuscirono per lo più a salvarsi dal terrore staliniano grazie alla loro forza politica. Il 17 maggio 1937 a Barcellona si ebbero addirittura violenti scontri armati tra POUM e CNT da una parte e combattenti inquadrati nelle organizzazioni del PCE (Partido comunista de espana) dall'altra. Questi fatti sono stati riportati tra gli altri da George Orwell, allora combattente in Spagna in Omaggio alla Catalogna e trasposti cinematograficamente da Ken Loach in Terra e Libertà.
Il movimento comunista si è impegnato anche nella resistenza all'occupazione nazifascista, durante la seconda guerra mondiale. In Europa notevole fu l'impegno nella resistenza jugoslava, italiana, francese, greca, polacca, cecoslovacca e in Asia nella resistenza cinese, malese e filippina.
Molti scrittori e attivisti politici si sono dimostrati critici nei confronti del comunismo: dissidenti del blocco sovietico Alexander Solzhenitsyn, Arthur Koestler e Vaclav Havel; economisti Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises e Milton Friedman; storici e sociologi Hannah Arendt, Robert Conquest, Daniel Pipes e R. J. Rummel; filosofi come Karl Popper, per citarne alcuni.
Alcuni scrittori (tra cui Conquest) portano come argomento contro le teorie marxiste la violazione dei diritti umani da parte dei regimi comunisti, particolarmente a opera di Stalin e Mao Zedong. Queste sono viste come inscindibili conseguenze del marxismo, al contrario dei suoi difensori che solitamente evidenziano delle differenze tra le teorie marxiste e le sue degenerazioni, in particolare lo stalinismo.
Sono presenti anche le critiche alle teorie economiche sviluppate da Marx e dai marxisti. Hayek, tra gli altri, sostiene che il possesso collettivo dei mezzi di produzione può essere mantenuto solo attraverso un'autorità centrale di qualche tipo, che tende, a causa dell'enorme potere di cui è investita, a diventare totalitaria causando le ben note violazioni delle libertà civili e politiche. L'economista sostiene inoltre che libertà e diritti possano essere conservati solamente attraverso la salvaguardia della proprietà privata e dell'economia di mercato.
Fino alla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista nel 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. Nell'opera, invece, Marx ed Engels operano la suddivisone tra socialismo utopistico e socialismo scientifico, che chiamano anche comunismo. Gli autori volevano evidenziare polemicamente le differenze tra le teorie socialiste allora diffuse (Saint-Simon, Fourier ed Owen) e la loro, che si proponeva di essere scientifica, in quanto basata su fatti e leggi, e non su idee od utopie. Scrivono infatti nel Manifesto:"Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi". Nonostante le loro affermazioni, molti hanno criticato che il marxismo sia in effetti scientifico: in particolare Karl Popper, che basa la sua critica sulla non falsificabilità delle teorie marxiste.
In ogni modo il termine comunismo continuò ad essere un sinonimo di socialismo per tutto l'ottocento: basti ricordare che i partiti che prendevano parte alla Seconda internazionale, di chiara ispirazione marxista, avevano tutti nel nome la parola socialista. La definitiva separazione dei due termini avvenne ad opera di Lenin: nel 1917 il Partito Operaio Socialdemocratico Russo, per evidenziare il distacco dalle posizioni di socialismo riformista verso un socialismo rivoluzionario, assunse la terminologia Partito Comunista Russo.
Da allora si definiscono comunisti tutti i gruppi di chiara ispirazione rivoluzionaria o massimalista, mentre il termine socialismo definisce quelli riformisti o minimalisti.
1917.org Il sito della rivoluzione d'ottobre
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