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L'antropologia viene tradizionalmente suddivisa in diverse discipline:
Sono inoltre strettamente collegate le discipline dell'etnolinguistica, che si occupa delle variazioni linguistiche delle diverse società umane, e l'archeologia, che indaga le società del passato attraverso i resti materiali che esse hanno lasciato ("cultura materiale").
Istituzionalmente la disciplina dell'antropologia si sviluppò dalla storia naturale nel XIX secolo, età dominata da massicce colonizzazioni che portarono l'Occidente "moderno" e "civilizzato" al contatto con popolazioni di diversi usi e costumi dei continenti dell'Africa, dell'Asia, dell'America e dell'Australia: allo studio della flora e della fauna di queste lontane regioni, si aggiunse allo studio della cultura, del linguaggio, dei manufatti e della fisiologia degli esseri umani che vi abitavano.
Agli inizi del XX secolo gli studi erano dominati dal metodo comparativo e dalla concezione secondo la quale tutte le società attraversassero un processo evolutivo da primitivo ad avanzato, per cui le società non europee venivano viste come dei "fossili viventi" di stadi di evoluzione sorpassati dalla civiltà occidentale e che potevano essere studiati per gettare luce sul suo passato. In questo periodo si sviluppò inoltre il concetto di razza, come sistema di classificazione degli esseri umani basato sulle loro differenze biologiche. In quest'ambito sono da ricordare anche gli studi di antropologia criminale di Cesare Lombroso riguardanti lo studio dei profili antropologici per identificare il criminale "tipo".
La disciplina definì progressivamente come proprio campo di indagine l'umanità concepita come un tutto, attraverso sia metodi propri delle scienze naturali, sia metodi propri, quali le "interviste strutturate" o l'"osservazione partecipata". Un lungo tragitto storico porta quindi allo studio di quello che dapprima venne definito "primitivo" e che poi divenne semplicemente "l'altro". In seguito l'antropologia è diventata anche scienza "del ritorno", applicando riflessioni e metodologie utilizzate per lo studio delle società tradizionali all'analisi di specifici aspetti e dinamiche della società moderna.
Le più importanti tradizioni di studio sono quelle degli Stati Uniti (Franz Boas, Alfred Kroeber, Robert Lowie, Edward Sapir, Margaret Mead, Ruth Benedict, Ralph Linton, particolarmente rivolta alle culture dei nativi americani e spesso impegnata politicamente), della Gran Bretagna (Alfred Reginald Radcliffe-Brown, Bronislaw Malinowski, Edward Evan Evans-Pritchard, Meyer Fortes, focalizzata sull'analisi del funzionamento sociale) e della Francia, che nasce dalla sociologia di Émile Durkheim con Marcel Mauss, che si interessò dell'analisi di società non ancora differenziate come quella europea. Qui l'istituzionalizzazione della disciplina avvenne pienamente solo con Claude Levi-Strauss, che esercitò un'enorme influenza, anche al di fuori del campo antropologico, con il suo strutturalismo.
Lo strutturalismo influenzò numerosi sviluppi ulteriori negli anni 1960 e 1970, compresa l'"antropologia cognitiva" e l'"analisi componenziale" (David Schneider, Clifford Geertz, Marshall Sahlins). Negli anni 1980 furono di grande importanza gli studi sui fenomeni del potere e dell'egemonia (Antonio Gramsci, Michel Foucault), e ancora sui rapporti tra i generi (Marshall Sahlins).
Uno dei nomi più importanti nell'antropologia italiana è sicuramente quello di Ernesto de Martino, con i lavori sul tarantismo e sul lutto, con approccio derivato da quello gramsciano.
Un esempio tutto italiano di approccio etnografico utilizzato per studiare fenomeni culturali della società contemporanea, è lo studio del tifo calcistico attraverso lo schema del "gioco profondo", ideato da Clifford Geertz per analizzare la tradizione culturale del "combattimento dei galli" nelle popolazioni balinesi
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