Saint Thomas Aquinas.jpg San Tommaso d'Aquino (1226 - 1274), detto Doctor Angelicus dai contemporanei, è uno dei principali pilastri teologici del cattolicesimo, santo e dottore della Chiesa ed è anche il punto di raccordo fra la cristianità e la filosofia classica consegnata ai posteri da Aristotele e dall'Ellenismo della tarda grecità.
Agostino vedeva il rapporto fede-ragione come un circolo ermeneutico (dal greco ermeneuo, interpreto) in cui credo ut intelligam e intelligo ut credam (ossia credo per capire e capisco per credere). Tommaso riporta la fede su un piano superiore alla ragione, affermando che dove la ragione e la filosofia non possono proseguire inizia il campo della fede e il lavoro della teologia. Dunque, fede e ragione sono certamente in circolo ermeneutico e crescono insieme sia in filosofia che in teologia; ma mentre la filosofia parte da dati di esperienza, la teologia inizia il circolo con i dati della fede, su cui ragiona per credere con maggiore consapevolezza e conoscenza dei misteri rivelati. La ragione, però, che ammette di non poterli dimostrare, mostra che essi, pur essendo al di sopra di sé, non sono mai assurdi o contro la ragione stessa: fede e ragione, infatti, sono entrambe dono di Dio e non possono contraddirsi. Questa posizione, ovviamente, esalta la ricerca umana: ogni verità che io posso scoprire non minaccerà mai la Rivelazione; anzi, rafforzerà la mia conoscenza complessiva dell'opera di Dio. Si vede qui un esempio tipico della fiducia che i Medioevali riponevano, in genere, nella ragione umana, fiducia che andrà in crisi nel XIV secolo: con essa, andrà in crisi l'intero impianto culturale del Medio Evo.
La teologia potrebbe apparire una forma inferiore di sapere poiché usa le armi della filosofia senza partire da qualcosa che ha la forza della necesità filosofica, ma Tommaso fa notare, con Aristotele, che non si può mai dimostrare tutto (sarebbe necessario un processo all'infinito), ed anche che si possono distinguere due tipi di scienze: quelle che esaminano i propri principi e quelle che ricevono i principi da altre scienze, costruendo sopra di essi come su dati validi. La teologia è, ovviamente, di questo secondo tipo. L'ideale, per uno spirito concreto come Tommaso, sarebbe superare la fede e raggiungere la conoscenza, ma, sui misteri fondamentali della rivelazione, questo non è possibile nella vita presente. Avverrà nella vita futura.
Il sapere teologico è più elevato per l'importanza delle ipotesi da cui parte a ragionare e sulle quali cresce il suo essere; esso è un moto a spirale della conoscenza che muove da un'ipotesi, un atto di fede, guardando Dio e l'eternità. E a detta di quanti erano filosofi oltrechè teologi, per l'uomo è più importante dei ragionamenti necessari che un filosofo è riuscito a dimostrare. La filosofia è dunque ancilla theologiae e regina scientiarum, primo fra i saperi delle scienze. Il primato del sapere teologico non è nel metodo, ma nei contenuti divini che affronta, per i quali è sacrificabile anche la necessità filosofica.
Il punto di discrimine fra filosofia e teologia è la dimostrazione dell'esistenza di Dio; dei due misteri fondamentali della fede (Trinitario e Cristologico) la ragione può dimostrare l'esistenza di Dio e che questo Dio non può che essere Trinitario. Arrivata a quel punto arriverebbe a un paradosso razionale, che la ragione non può spiegare: un Dio Uno e Trino. Il maggior servizio che la ragione può fare alla fede è mostrare che affermare l'esistenza di un Dio non Trinitario è altrettanto irrazionale quanto la sua affermazione perché i motivi per non credere al Dio che emerge dal Nuovo Testamento non siano maggiori di quelli che si hanno per credere ad un'altra divinità o per essere atei. La ragione compie un secondo aiuto alla fede: mostrare che da questo mistero scaturiscono conseguenze non contradditorie fra loro e col mistero che ne è l'ipotesi-premessa razionale. La ragione non può entrare nella parte storica dei misteri religiosi, può mostrare prove storiche che tal profeta è esistito, ma non che era Dio, e il senso della sua missione che è appunto un dato, un fatto a cui si può credere o meno.
Il primato della teologia sarà fortemente discusso nei secoli futuri, ma è anche lo studio praticato da tutti i filosofi cristiani nel Medioevo e oltre, tant'è che Pascal fece la sua famosa scommessa ancora nel XVII secolo. La teologia era questione sentita dal popolo nelle sacre rappresentazioni, era il mondo dei medioevali e degli zelanti studenti che attraversavano a piedi le paludi di Francia per ascoltare le lectiones dell'Aquinate nella prestigiosa università Sorbonne di Parigi, incontrandosi da tutta Europa.
Della famiglia dei conti d'Aquino, Tommaso nel 1243 prende l'abito domenicano e si reca a Parigi a studiare.
Nel 1248 è a Colonia alle lezioni di Alberto Magno (filosofo tedesco che cercò di conciliare il cristianesimo con l'aristotelismo)
Tommaso si sente l'esecutore del progetto del suo maestro...
Dal 1252 al 1259 insegna all'università di Parigi. Subito dopo torna in Italia e stringe amicizia con Gugliermo di Moerbecke (grande traduttore di Aristotele).
Nel frattempo Tommaso combatte contro gli Averroisti (seguaci del filosofo arabo Averroè che aveva dato una particolare interpretazione del "De Anima" secondo la quale l'anima umana singolarmente presa è immortale), che ritenevano la fede inconciliabile con la ragione: "La fede è per le anime semplici, la filosofia per le persone colte"
Tommaso si battè anche contro gli Agostiniani che ritenevano inconciliabile l'aristotelismo con la fede.
Secondo il pensiero di Tommaso "Pensiero e ragione si possono conciliare, anzi, la ragione serve a pianificare alcuni enigmi della fede anche se l'intelletto umano è limitato. Lo scopo della fede e della ragione è lo stesso, se poi la ragione si trova in contrasto con la fede deve cedere a questa".
Il fatto che Dio esista ci è dato dalla fede, ma mentre Sant' Anselmo procedeva a priori nella sua prova ontologica dell'esistenza di Dio, San Tommaso procede sia a priori che a posteriori. Le prove dell'esistenza di Dio sono 5
Tommaso che ritiene che conosciamo attraverso la sensibilità, rifiuta la visione della conoscenza di Sant'Agostino che pensava che questo avvenisse tramite l'illuminazione divina. La conoscenza degli universali però appartiene solo alle intelligenze angeliche, noi conosciamo gli universali post-rem ossia li ricaviamo dalla realtà sensibile. Soltanto Dio conosce ante-rem. La conoscenza è quindi un adeguamento dell'anima o dell'intelletto alla cosa e si dice "adequatio intellectus rei".
Nel gennaio del 1274 papa Gregorio X gli ordinò di presenziare al Secondo Concilio di Lione, per verificare in cosa consistessero le divergenze tra la chiesa latina e quella greca e se possibile appianarle, e Tommaso, anche se non in buone condizioni di salute, si mise in viaggio. Durante il tragitto si fermò presso il castello di una nipote e si ammalò gravemente. Dal momento che desiderava finire i suoi giorni in un monastero e non essendo in condizione di raggiungere una casa dei Domenicani venne portato all'abbazia Cistercense di Fossa Nuova (oggi Fossanova), a poca distanza da Priverno (LT), dove, al termine di una malattia durata qualche settimana, morì il 7 marzo del 1274. Dante (Purgatorio. xx. 69) asserisce che il teologo venne avvelenato per ordine di Carlo d'Angiò. Villani (ix. 218) cita questa credenza, e l'Anonimo Fiorentino descrive il crimine e le sue motivazioni. Ma Muratori, riproducendo il resoconto di uno degli amici di Tommaso, non fa accenni a eventuali congiure.
Però, ci avverte di non dare mai per assolutamente certe le teorie scientifiche, perché può sempre accadere che gli uomini pensino a qualche nuova teoria, da nessuno elaborata prima. Si noterà, qui, la fiducia critica nella ragione umana, che contraddistingue l'Aquinate: libertà di indagine, ma cautela nelle conclusioni.
Aristotele era giunto a concepire l'essere come pensiero di pensier; essere che si pone pensando sé stesso, superando il politeismo antico verso un monoteismo più vicino a noi. Tommaso inizia una trattazione teologica dell'essere, ritenendo questo compito opera che la ragione non può assolvere compiutamente. Si apre qui lo spazio per l'esame di quanto la fede ci propone, come sussidio ed integrazione del lavoro puramente razionale: Tommaso pensa che, in linea di principio, ragione e fede, provenienti entrambe da Dio, non possano mai essere in contrasto tra loro. Resta, comunque, il fatto che l'indagine sull'essere è quanto di più alto la ragione possa tentare: infatti, la filosofia di Tommaso è la più grande filosofia dell'essere che l'Occidente abbia mai prodotto.
Il Dio cristiano è uno e trino, ossia uno e tre persone (Padre, Figlio e Spirito Santo). Tommaso nota come il Padre esca continuamente fuori di se in estasi, in un'incontenibile esplosione di gioia, rendendo il figlio partecipe di tutto ciò che Dio ha creato; lo Spirito Santo è la relazione di amore che lega il Padre al Figlio. Come l'Uno ineffabile di Plotino, il Padre uscendo fuori di sé diventa Uno-che-è, l'essere di pensiero che non avendo il bene fuori di se (l'Uno è ineffabile e nemmeno l'essere può vederlo o parlarne) pensa sé stesso, divenendo pensiero di essere e infine (come vedeva Aristotele)pensiero di pensiero. Queste operazioni avvengono nell'eterno dove non esiste tempo, dove non è differenza fra un prima e un poi e perciò non si deve confondere una priorità logica - ontologica con una temporale.
La proprietà dell'essere è l'identità di unità - verità - bontà. Da ciò deriva che vi sono due cose che nemmeno Dio può fare: Dio non può fare il male (è buono) e un altro Dio (è uno, ergo non possono esservene due). Importante è anche che Dio non può mentire perché è vero (verità): a questo argomento ricorrerà Cartesio con i suoi studi scolastici per dimostrare che il mondo davanti a noi è reale e non un'illusione, in quanto creazione di un Dio che è verità e non può illuderci o mentirci. Gli enti creati (fra cui l'uomo) sono in qualche modo lontani dall'essere con infiniti gradi di perfezione(partendo dal più basso), non solo "sono meno" nelle singole attribuzioni, ma con infinite gradazioni viene anche a mancare la relazione d'identità esatta fra verità, bontà, unità. Ci sono persone veramente malvagie, unitamente (senza incoerenze interne) buone, ma non vere, ma per opportunismi, etc.
Intuitivamente, se un ente è uguale a quello visibile un istante dopo si pensa che si tratta dello stesso ente; quanto maggiore è la diversità tanto più è ipotizzabile che quello che si manifesta per primo si a la causa di quello successivo. La causa non è più definita dal precedere sempre un dato ente: diciamo che A causa l'ente B, se prima di B vediamo sempre manifestarsi A; si aggiunge una seconda condizione per definire un ente come causa che esso non ha poco o nulla con gli altri due; e n'altra che raggruperei con la precedente, nota come pensavano la "causa" gli antichi greci, che la la causa si da se due enti hannno qualcosa in comune (la causa è di due effetti). Un ente è causa d'altri quanto meno ha in comune con gli effetti. Poichè l'essere è comune a tutti gli enti, non esiste un ente che sia causa dell'essere; la domanda "perché?" dell'essere non può avere risposta, ossia non si può dire perché il mondo è così e non altrimenti.
Essendo l'essere comune a tutti gli enti, esso se deriva da qualcosa, non può che derivare da un non-ente, ovvero dal nulla (che da Platone in poi è tato inteso in senso relativo anche dai filosofi che storicamente non poterono accedere ai suoi scritti). l'alternativa, come pensava Aristotele è ipotizzare che l'essere non abbia proprio una causa e che il mondo esista da sempre.
Tommaso sostiene l'idea della creazione per un motivo di fede (il racconto della Genesi), ma anche per un motivo filosofico che è una prova a sostegno del dato di fede ed una forte convinzione personale: l'esistenza delle cause seconde. Causa-effetto sono sononimi di potenza-atto; parlare di cause seconde significa articolare la distinzione aristotelica di potenza ed atto in potenza di una potenza, potenza di un atto, atto di una potenza, atto di un atto. La potenza come la chimava Aristotele, sarebbe potenza di un atto; quello che era chiamato "atto" è con maggior precisione "atto di una potenza". La prima e l'ultima di queste, sono categorie ignorate dalla filosofia antica; Tommaso estende la nozione di potenza ed atto in una che include le due categorie aristoteliche e va oltre(aggiugendone altre due); propriamente non si dovrebbero più usare le parole "potenza" ed "atto", ma una delle 4 categorie proposte. Il passaggio non è un vuoto cambio di parole, ma intoduce due concetti che sono sostanzialemente diversi da quelli di potenza ed atto aristotelici.
La creazione è avvenuta una sola volta; soltanto Dio può creare; Dio può agire nel mondo soltanto creando; ovvero il creato non è dato una volta per tutte, ma la creazione è continua nel senso che in alcuni momenti (non in ogni causa-effetto), Dio vi interviene creando.
In particolare lo stato che precede la creazione è potenza di potenza, non potenza come la definiva Aristotele; in tale modo col poter poter essere, è definibile una potenza che non è materia, e che può essere informe, essendo la materia indissolubilmente legata alla forma per Aristotele come per Tommaso.
Da notare è che il concetto di causa seconda che fonda l'idea di un mondo che evolve in modo indipendente (e libero nel caso dell'uomo) dalla causa prima che è Dio, è lo stesso che fonda la potenza di potenza e la dipendenza del mondo da un Dio creatore.
Il fine è per l'uomo qualcosa di unico (l'uomo tende a porsi un solo obiettivo per volta) e di vero almeno in potenza, completamente vero quando sarà atto raggiunto (poiché la ragione non ha senso che si dia obiettivi velleitari e non raggiungibili). Dall'identità ampiamente dimostrata di uno, vero e buono, segue che il fine che è unico e vero (in quanto raggiungibile) è anche il bene dell'uomo. Dunque, darsi degli obiettivi è una regola etica; il problema del contenuto si limita alla scelta di obiettivi raggiungibili che siano veri. I mezzi che ogni io impiega per raggiungere questo fine sono proporzionali a tale obiettivo e dunque l'io è un essere propozionato al suo bene: il bene è il fine che cerca di raggiungere e, l'io è in quanto agisce. L'io è un agire (come più tardi diranno gli idealisti) ed è in vita solo mentre agisce e si muove per qualche cosa; Dio, come il nostro Io che è a sua immagine e somiglianza,è un agire. Senza la Provvidenza diviene inconcepibile l'esistenza stessa di Dio. Per una sorta di unità dei contrari l'identità di unità, verità e bontà che fondano le 5 vie per dimostrare l'esistenza di un dio trascendente, coimplica anche la continua azione di questo dio nel mondo e nella vita di ogni Io.
Nell'atto creativo la divinità è passata da uno stato di non-mosso e non-movente a uno stato di movente non-mosso. Nel creato vale che "omne quod movetur ab alio movetur" ed ogni ente è in uno stato di mosso (mosso non-movente o mosso-movente).
Per Tommaso questo movimento non può essere eterno e tende ad uno stato di non-mosso che, a seconda del grado di unità, verità e bontà della creatura sarà uno stato di non-mosso e non-movente(fine di ogni movimento) oppure il ritorno alla causa prima del movimento nello stato di movente non-mosso, ossia una creatura fuori dallo spazio-tempo, fisicamente non più in grado di muoversi, ma comunque libera di muovere parte del mondo.
Questo movimento non è un vagare senza senso eterno o che potrà avere una fine qualunque, ma ha una fine determinata(non infinite possibili) che, essendo unica, è anche il suo fine.
Per S. Tommaso bisogna distinguere tra le virtù che tendono alla felicità terrena e quelle che invece hanno come scopo la beatitudine.
Alle prime servono le virtù cardinali che sono:
Per conseguire invece le beatitudini servono le virtù teologali:
Per quanto riguarda la politica afferma che "L'autonomia del diritto naturale e delle leggi sono sempre sottoposte al diritto divino."
Si tratta qui di altri autori della Scolastica, cosa che indica dunque la presenza, all'epoca, di un dibattito sul tema della sessualità.
Il testo prosegue con una breve esposizione della differenza tra riproduzione asessuata e riproduzione sessuale, per chiarire il punto di vista: evidentemente, quello biologico. Tommaso, tuttavia, mantiene il legame con la tradizione del pensiero cristiano medioevale del secolo precedente (definito da alcuni storici il "secolo delle donne"), senza lasciarsi totalmente trascinare dal richiamo ai pregiudizi del mondo antico.
Pertanto, scrive anche: "Il mondo sarebbe imperfetto senza la presenza della donna". Dalla teologia di Tommaso, attenta ai fenomeni naturali, la Chiesa deriva dunque la concezione della sessualità come complementarità anche psicologica (in ogni caso antropologica) e come biologicamente finalizzata alla procreazione.
La Scolastica sosteneva il valore convenzionale della moneta, per il quale la moneta vale soltanto se le persone che la usano le riconoscono un valore, usandola come mezzo di scambio. Tale condizione è necessaria, ma non sufficiente. Le monete non acquistano valore perchè le persone lo riconoscono usandole; devono avere un valore intrinseco. La Scolastica univa valore intrinseco e valore convenzionale della moneta, che sono spesso contrapposti. Nell'Alto Medioevo cominciavano a circolare note-da-banco (poi chiamate banconote) di sola carta che erano utilizzate nei pagamenti e valevano quanto le monete d'oro: ciò provava che la moneta può avere un valore per il semplice fatto che le persono lo riconoscono (valore convenzionale come condizione sufficiente della moneta).
Secondo i filosofi Scolastici,la moneta era una merce come le altre che serve ad acquistare altre merci. La moneta-merce si compra contro un'altra merce che può essere un'altra moneta oppure oro; perchè chi detiene moneta possa incassare oro è necessario che la moneta possegga un valore tale da giustificare il prezzo pagato. Tale valore non è la capacità di acquistare beni di importo equivalente che garantisce la moneta (valore della moneta, ma non intrinseco), ma è un valore intrinseco che avrebbe anche senza essere usata come mezzo di scambio; ad esempio l'oro con cui è coniata. In questo modo, chi compra monete compra l'oro di cui sono fatte, o l'oro che è depositato in garanzia della nota-da-banco. Il valore intrinseco implica un valore convenzionale, mentre non dovrebbe valee il contrario (anche se il valore convenzionale, cioè la sicurezza che altri accetteranno in pagamento il denaro, è un valore della moneta).
Noi diremmo che la moneta è un prodotto (della zecca) e, come avviene per definizione di prodotto, pagamento e fruizione sono contemporanei; anche per la Scolastica, la relazione fra chi acquista moneta e chi riceve in cambio oro, altra moneta o una merce si esaurirebbe con lo scambio. Non ci sono rapporti successivi che giustificherebbero il pagamento d'interessi. Un'apertura al mondo del credito avviene considerando che chi presta denaro se ne priva per un certo periodo, immobilizza delle somme che da al debitore; il pagamento di interessi secondo Tommaso è un legittimo risarcimento del denaro che il creditore tiene a disposizione del debitore.
Altrimenti chi emette moneta priva di valore intrinseco dovrebbe pagare quanti la accettano come mezzo di pagamento, che sono gli stessi che la acquistano. All'atto d'emissione una moneta non legittima alcun tipo di interessi e, se è priva di valore intrinseco, nemmeno il pagamento di un prezzo (deve essere emessa gratuitamente). Una moneta già esistente e prestata legittima un pagamento d'interessi per il tempo per il quale la sua disponibilità è stata sottratta al creditore.
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