La psicologia analitica (o psicologia del profondo) è una teoria psicologica e un metodo di indagine del profondo elaborato dall'analista svizzero Carl Gustav Jung e dagli allievi della sua scuola.
La psicoanalisi freudiana ricerca e riconosce, all'attività dell'inconscio e in particolare al disturbo psichico, delle cause, applicando all'indagine psicologica il modello concettuale ed il metodo di indagine meccanicistici tipici del positivismo. In questo senso essa si definisce come scienza, postulando la possibilità di determinare la concatenazione dei pensieri che conducono al sintomo psichico.
La psicologia analitica junghiana segue invece nella propria indagine un metodo finalistico, il cui obiettivo è la ricerca del significato dei processi inconsci e della sofferenza psichica.
La sistematizzazione del pensiero junghiano fu lunga e complessa: a differenza di Freud, Jung non aveva il dono della scrittura brillante e rapida, e l'elaborazione di alcuni dei suoi lavori principali lo accompagnò per moltissimi anni. Si vedano in particolare i tempi di pubblicazione di alcune sue opere fondamentali, riportate in bibliografia.
Inoltre esso precede la formazione dell'Io cosciente, e contiene il progetto esistenziale dell'individuo che ne è portatore, come - diremmo oggi - una sorta di DNA psichico.
Idea non nuovissima, di ascendenza schiettamente neoplatonica, già presente, ad esempio, nelle fantasie di Michelangelo a proposito che la figura da scolpire fosse già inscritta nel blocco di pietra su cui stava lavorando. Quest'idea però non era ancora mai stata applicata alla scienza psicologica, come farà Jung.
Fermo restando che, per Jung come per Freud, l'inconscio non è direttamente osservabile, Jung enuncia una rappresentazione metaforica dell'inconscio come popolato da figure interiori, i cui rapporti e conflitti generano le dinamiche psichiche: Animus/Anima, Persona/Ombra, Puer/Senex e così via.
L’innovazione che Jung portò nella pratica psichiatrica fu dunque innanzitutto la consapevolezza che la funzione del terapeuta non era nell'applicare un metodo, ma nel porre attenzione alla storia del paziente e alle storie che egli raccontava:
"Il solo studio della psichiatria non è sufficiente. Io stesso ho dovuto lavorare ancora molto prima di possedere il bagaglio necessario per la psicoterapia. Fin dal 1909 mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia."
Jung si convinse presto, infatti, anche osservando i propri sogni, che nel sintomo nevrotico come nel delirio psicotico affiorano immagini e idee che non sono proprie, personali del paziente, ma che gli pervengono da un fondo arcaico, e le cui figure possono desumersi da culti, religioni e mitologie antichi appartenenti a tutti i popoli:
La dinamica dualistica ed esclusiva tra Eros e Thanatos in cui Freud aveva individuato e confinato il motore energetico della nevrosi, in Jung si articola e si moltiplica in funzione della pluralità delle figure archetipiche che popolano l'inconscio. Il sintomo non richiede più una spiegazione in chiave di causa-effetto, ma viene considerato esso stesso una domanda di significato rispetto al disagio soggettivo che esprime. Il disturbo psichico smette così di essere considerato una malattia, e l'intervento analitico smette di essere considerato una "cura" - ne consegue che la pratica di psicologia analitica junghiana, non mira più ad una "guarigione", ma ad individuare il senso simbolico e archetipico del disturbo e ad aiutare il suo portatore ad utilizzarne l'energia ai fini della "trasformazione" e della propria individuazione.
Lavorare con gli archetipi richiede certamente, come lo stesso Jung notava sopra, molte conoscenze di tipo non clinico, perché richiede anche molta immaginazione: non nel senso del fantasticare, ovviamente, ma nel senso dell'immaginazione creativa - quella che Vico chiamava "logica poetica".
E poiché accompagnare il paziente in questa esplorazione richiede da parte del terapeuta un'attenzione non solo intellettuale, ma empatica (diceva Jung: "Se il medico e il paziente non diventano un problema uno per l'altro, non si trova alcuna soluzione"), è evidente che, in una analisi junghiana, la psiche del terapeuta è messa in causa dall'analisi, non meno di quella del paziente.
Proprio in relazione a questa consapevolezza, Jung fu convinto fin dall'inizio della sua ricerca che il mettersi in gioco del terapeuta necessitava assolutamente di trovare supporto nell'analisi didattica e di controllo:
"Il trattamento del paziente comincia, per così dire, dal medico: solo se questi sa far fronte a sè stesso e ai suoi problemi, sarà in grado di proporre al paziente una linea di condotta."
Tutto ciò, con la maggior parte dei pazienti psicotici non è possibile, almeno nella fase delirante, durante la quale qualsiasi discorso interpretativo venga loro fatto, non viene percepito, ed anche gli interventi farmacologici devono a volte essere coattivi.
Rispetto a queste situazioni, l'intervento della sola psicologia analitica non meno di quello della sola psicoanalisi freudiana rischiano frequentemente l'impasse. Pur essendo nate entrambe in ospedale psichiatrico e dal confronto con pazienti psicotici, infatti, le due discipline hanno elaborato nel tempo forti connotazioni filosofiche, che si rivelano talvolta inadeguate ad affrontare situazioni di rilevanza clinica. Negli ultimi decenni perciò i terapeuti - soprattutto se di formazione psichiatrica - ricorrono sempre più frequentemente ad una terapia integrata (TI) psicologico-farmacologica.
Negli anni delle opere di Jung sono state pubblicate molte edizioni parziali; si veda ad esempio:
L'opera completa è contenuta in
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"Psicologia analitica".
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