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Homere.jpg d.C. di un opera greca del II secolo a.C. - Conservato al Museo del Louvre di Parigi]]

Con il nome di Omero (in greco Ὅμηρος Hómēros), pronunciato o-mé-ro, viene tradizionalmente identificato l'autore di due capisaldi della letteratura occidentale, l'Odissea e lIliade. Si ritiene che sia vissuto nel VIII secolo a.C..

Vita


Sono giunte ai nostri giorni ben sette Vite di Omero, tutte romanzate e fantastiche. La più antica e particolareggiata, falsamente attribuita dagli antichi ad Erodoto, risale al V secolo a.C.

Nascita

Le più antiche notizie che si hanno su di lui, del poeta Semonide di Amorgo, lo indicano come nato a Chio, un'isola de Egeo accanto a Smirne. Non è improbabile che l'indicazione di questa patria tradizionale si fondi sull'attribuzione che gli antichi fecero ad Omero di un inno ad Apollo Delio (Inni omerici), nel quale l'autore, senza indicare il proprio nome, si descriveva come cieco e abitante nella rocciosa Chio. Su quest'isola si trovava inoltre una società di poeti chiamata Omerici, che si vantava di discendere da lui. Altre città tuttavia si contesero ben presto l'onore di paese natale del poeta: Colofone, Cuma, Pilo, Itaca, Argo e Atene; furono comunque tutte attribuzioni arbitrarie.

Biografia attribuita a Erodoto

In essa si racconta che Creteide, un'orfana di Cuma eolica, fu sedotta ed abbandonata ed il suo tutore, per sfuggire alla vergogna, la condusse a Smirne. Creteide si recò ad una festa sacra alla foce del fiume Meles e qui partorì un bambino che chiamò Melesigene (dal nome del fiume). Un maestro elementare, Femio, prese a servizio Creteide, vivendo con lei e crescendo il bambino, che, col passare degli anni, dimostrò le proprie attitudine artistiche.

Ben presto Melesigene divenne oggetto di ammirazione, oltre che per i cittadini di Smirne, per tutti i frequentatori stranieri della città; fra gli altri un armatore, un certo Mente, lo prese in viva simpatia, dimostrandogli quanto gli sarebbe stato utile viaggiare e conoscere nuovi paesi e nuove genti. Il poeta si lasciò convincere ed andò in giro per il mondo. Ovunque andasse, osservava, interrogava, s'informava su tutto, prendendo appunti.

Arrivò ad Itaca, di ritorno dall'Iberia e dall'Italia, e si ammalò agli occhi e Mente, costretto dagli affari a proseguire il viaggio, lo affidò ad un amico, Mentore, uomo ricco ed ospitale. Qui apprese molti particolari che riguardavano le avventure di Odisseo e ne fece tesoro. Guarito dalla malattia si riunì a Mente, continuando il suo girovagare, finché a Colofone si ammalò nuovamente perdendo la vista.

Costretto a rinunciare ai viaggi, si stabilì a Smirne, dedicandosi alla poesia. Non riusciva però ad guadagnare abbastanza per vivere e dovette trasferirsi a Cuma. Durante il viaggio, presso la bottega di un calzolaio a Neotico, improvvisò i versi «Abbiate riguardo per chi ha bisogno di ospitalità, voi che abitate l'eccelsa città, figlia di Cuma dai begli occhi, all'estremo piede di Sedene pieno di selve, voi che bevete l'ambrosia acqua del fiume divino, dell'Ermo vorticoso, di cui fu padre Zeus immortale». Tichio il calzolaio fu mosso da pietà ed ospito il poeta, che compose altre opere, "La spedizione di Amfiarao contro Tebe" ed altri inni agli dei.

Melesigene si accorse che i guadagni diminuivano, si spostò a Cuma e compose il famoso epigramma per Mida: «Finché l'acqua fluisca e fioriscano i grandi alberi e il sole sorgendo risplenda e la fulgida luna, io qui restando sul lacrimato sepolcro annunzierò ai passanti che questa è la tomba di Mida».

A Cuma ottenne grande successo quindi chiese di essere mantenuto dalla città, per renderla gloriosa con la sua poesia; perorò la sua causa all'assemblea, ma un principe si oppose, rilevando che se la città si fosse data a mantenere tutti i ciechi, avrebbe attirato su di sé tutti i disutili dei dintorni.

Ecco nascere il nome che lo renderà famoso per sempre: in lingua cumana "cieco" si diceva ὁμηρος. Infatti "ὁ μὴ ὀρῶν", letto ho mè orōn, significa "colui che non vede". Altri studiosi attribuiscono alla parola ὁμηρος il senso di "ostaggio".

Da quel giorno, non fu più chiamato Melesigene ma Omero.

Omero abbandonò Cuma e riprese la sua vita errante, incontrando a Focea un maestro di scuola, Testoride, che si offrì di mantenerlo a sue spese purché Omero gli concedesse una copia di tutto ciò che aveva composto e che avrebbe composto in futuro.

Omero accettò, componendo subito La piccola Iliade e la Focide. Ma Testoride lo abbandonò, trasferendosi a Chio, dove si affermò con le poesie di Omero. Il poeta, informato dell'indegno comportamento, si recò immediatamente a Chio. Il viaggio fu avventuroso e, dopo varie peripezie, riuscì a sbarcare nei pressi della città, a Bolisso, dove fu ospitato dal pastore Glauco. Glauco parlò di lui al suo padrone, che gli affidò l'educazione dei figli.

Finalmente Omero riuscì a trascorrere un periodo di vita sereno, accumulando anche una certa sostanza, sposandosi ed avendo due figlie. È questo il periodo in cui compose l'Odissea.

Intanto, non appena a Chio arrivarono le opere di Omero che lo resero famoso, Testoride decise di allontanarsi dalla città.

Da tutta la Grecia accorreva gente per vedere Omero. Decise così di trasferirsi sul continente, trascorse l'inverno a Samo, quindi partì per Atene, ma a Ios si ammalò e morì.

Le altre biografie

Le altre "Vite", attribuite a Plutarco, a Proclo o anonime, non aggiungono molto di più e si ritiene non meritino maggiore fede.

Neanche il Certame di Omero e di Esiodo ci dà ulteriori particolari, giunto a noi in una redazione di età adrianea, ma avente un nucleo molto più antico. In quest'opera si immagina che i due poeti si siano incontrati per caso per onorare le esequie di Anfidamante, re dell'Eubea, dando luogo ad una competizione poetica vinta da Esiodo, premiato dal re in quanto esaltatore di agricoltura e pace in contrasto di chi aveva cantato di guerre e stragi.

Le notizie storiche

In realtà tutto il contenuto delle vite è leggendario. Del poeta sappiamo con certezza soltanto il nome, Omero, che può significare "cieco", "schiavo" od "ostaggio". Quale sia la sua reale valenza è però del tutto ignoto.

Tutti gli storici moderni sono concordi, inoltre, nel giudicare assai incerto il luogo di nascita; la maggioranza propende per Chio o Smirne.

Un dato della leggenda è verosimile, ovvero la sua vita errabonda. Le sue opere dimostrano la conoscenza di paesi e popoli che non può non essere diretta.
Povertà, cecità e ambiente plebeo, sono elementi della sua vita che molti critici rifiutano, in quanto vedono, specialmente nell'Iliade, opere cortigiane. Il passo dell'Iliade in cui si presagisce che la discendenza di Enea regnerà un giorno sui troiani, sembra essere profezia ex eventu, dimostrando come Omero vivesse nella Troade nella corte di una dinastia che vantasse Enea come proprio iniziatore.

L'età in cui visse il poeta, per gli antichi non è chiara, Erodoto riteneva che fosse vissuto prima di lui di almeno quattro secoli (IX secolo a.C.).

La questione omerica


La paternità della "questione omerica" viene attribuita a François Hédelin abate d'Aubignac (1604-1676), a Giambattista Vico (1668-1744) e a Friedrich August Wolf (1759-1824).

Hédelin, in alcune Congetture accademiche sull'«Iliade» (pubblicate postume nel 1715), dava un giudizio negativo della poesia dell'Iliade e riteneva che il poema fosse un centone (richiamando l'etimologia corrente della rapsodia "canti cuciti insieme"): un esprit ingénieux, tra l'enorme mole di canti eseguiti nelle feste e nelle corti principesche, ne avrebbe raccolto una quarantina, apportandovi tagli, aggiunte, adattamenti e correzioni, spiegando così le ineguaglianze e le contraddizioni contenute.

Vico, che non conosceva l'opera di Hédelin, scrisse nella seconda edizione della Scienza nuova (1730) la sua convinzione che i poemi omerici fossero « per più mani lavorati e condotti » e mettendo in dubbio l'esistenza di Omero, lo presentava come un simbolo.

Nei Prolegomena ad Homerum, Wolf si ispira a Hédelin, ma con un'indagine più profonda ed un maggiore rigore critico sosteneva che all'epoca di Omero non si conoscesse la scrittura e che quindi un solo poeta non avrebbe potuto comporre e tramandare a memoria tante migliaia di versi: i poemi omerici erano una raccolta di poemetti popolari, raccolti in un secondo tempo, per un'opera commissionata da Atene (forse Pisistrato) nel VI secolo a.C.. Le prime due teorie rimasero quasi sconosciute, mentre quella di Wolf fece scalpore e segnò l'inizio della "questione omerica", iniziando una serie enorme di studi sull'opera di Omero.

Nonostante una delle teorie di Wolf si dimostrò infondata (ricerche archeologiche dimostrarono l'esistenza della scrittura già alcuni secoli prima di Omero), la tesi di Omero simbolo fu ancora sostenuta.

Le ipotesi di Karl Lachmann trovano una certa analogia con quelle di Hédelin, secondo lui l'Iliade sarebbe composta da 16 canti popolari riuniti e poi trascritti per ordine di Pisistrato (Kleinliedertheorie). Opposta la tesi di Gottfried Hermann: i due poemi omerici deriverebbero da due nuclei originali ("Ur-Ilias" e "Ur-Odyssee"), a cui sarebbero state fatte aggiunte ed ampliamenti.

La questione omerica è lontana dall'essere risolta, perché in realtà è pobabilmente insolubile.

I dati che si possono considerare assodati sono:

  • Iliade ed Odissea non sono opera dello stesso autore, rispecchiano civiltà, usi e costumi assai diversi
  • uno fu il poeta autore dell'Iliade o, meglio, della gran parte dell'opera, che ebbe in seguito degli ampliamenti e l'aggiunta di qualche canto (sono sicuramente posteriori il catalogo delle navi nel libro II e il libro X)
  • nessun motivo impedisce di pensare che l'autore di questa si chiamasse Omero, il quale forse fu di Smirne e visse nella Troade alla corte di un principe.

I poemi omerici presuppongono la preesistenza di brevi poemi epici esametrici, preceduti da canzoni (probabilmente eoliche) composte in strofe di brevi versi, talvolta anche con la rima.

L'ultimo autorevole parere è di William Parry, studioso americano che ipotizzò la natura rapsodica dei due poemi epici. Auralità e oralità sono la chiave di lettura: cantare improvvisando, o meglio impostare elementi via via innovativi su di una matrice standard; oppure declamare al pubblico dopo aver composto in forma scritta. Ebbene Parry ipotizzò un primo momento in cui i due testi dovettero circolare di bocca in bocca, da padre in figlio, esclusivamente in forma orale; successivamente per esigenze pratiche ed evolutive intervenne qualcuno ad unificare, quasi "cucendoli", i vari tessuti dell' epos omerico, e questo qualcuno potrebbe essere un Omero realmente vissuto o un'équipe rapsodica specializzata sotto il nome "Omero".

Omero nel Baltico?


Una teoria "alternativa" sui poemi omerici è stata avanzata recentemente da uno storico dilettante, Felice Vinci, che ha pubblicato i risultati delle sue ricerche in un saggio intitolato "Omero nel Baltico". Secondo Vinci l'ambientazione originale dell'Iliade e dell'Odissea non sarebbe affatto nel Mediterraneo, come si è sempre creduto, ma nell'Europa settentrionale, in particolare nel Mar Baltico e lungo la costa atlantica della Norvegia. L'ipotesi di Vinci è periodicamente riproposta nei media e nelle discussioni in rete, ma è scarsamente considerata presso il mondo accademico.

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