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Niccolò Machiavelli (Firenze, 3 maggio 146921 giugno 1527) è stato il più rigoroso osservatore degli eventi e dei costumi del suo tempo ma anche un attento studioso del passato. Dopo un periodo di intensi studi, nel 1498 entrò nella vita politica come segretario della repubblica (nel 1494, cacciati i Medici, a Firenze era stata instaurata la repubblica del Savonarola). È autore del celebre trattato Il Principe.

Durante gli anni della sua attività politica (14981512) ebbe modo di conoscere ambasciatori, politici, principi e di studiare a fondo il succedersi degli eventi.

Insieme a Leonardo da Vinci, Machiavelli è considerato l'esempio tipico dell'uomo rinascimentale. Questa definizione - secondo molti - caratterizza in maniera più compiuta sia l'uomo che il letterato che non il termine machiavellismo, entrato peraltro nel linguaggio corrente per indicare una intelligenza ed una sottigliezza di pensiero quanto mai acute e sottili.

Biografia


Machiavelli svolse importanti incarichi diplomatici sia in Francia e presso l'Impero Germanico che in Italia. Poiché aveva ben chiara la decadenza delle istituzioni militari e del danno apportato dalle milizie mercenarie ideò una milizia fiorentina. Due ambascerie presso Cesare Borgia, detto il Valentino, gli fecero conoscere l'energia e l'astuzia di quel principe e la sua mancanza di scrupoli nel perseguire i propri scopi. Le ambascerie alla corte papale gli consentirono di vedere più addentro la vita temporale della Chiesa, dove si confondevano ideali religiosi e politici.

Rientrati i Medici a Firenze, nel 1512, Machiavelli fu dapprima privato del suo ufficio, quindi - febbraio 1513 - accusato di essere implicato in una congiura contro i Medici ed imprigionato. Rimesso in libertà si ritirò in una sua casa a Sant'Andrea in Percussina presso San Casciano in Val di Pesa, dove si dedicò a riordinare la propria opera.

Le opere


Frutto di tale impegno furono le sue più importanti opere politiche: Il Principe e i Discorsi sulla prima deca di Tito Livio. Il desiderio di mettere in pratica le proprie teorie lo spinse ad una riconciliazione con i Medici, che però riuscì solo in parte, infatti gli furono affidati solo incarichi di scarsa importanza.

Nel 1520, il cardinale Giulio de' Medici (poi Papa Clemente VII) lo incaricò di scrivere la storia di Firenze: nacquero così le Istorie fiorentine (15201525).

Nel 1527, cacciati nuovamente i Medici, fu restaurata la repubblica e Machiavelli fu allontanato dalla vita politica. Morì a Firenze in quello stesso anno.

Machiavelli e il Rinascimento


Niccolo Machiavelli.jpg]] Forte della sua lunga esperienza politica alla cancelleria di stato fiorentina, Machiavelli s'inserisce nel Rinascimento per la sua concezione dell'uomo come artefice della storia. Come umanista, si dedicò allo studio dei fatti del passato e delle vicende umane per trarne conclusioni di valore universale, per individuarne le reali cause e per poi applicare le proprie conclusioni al presente, nel tentativo di elaborare una scienza dello Stato.

Tale spirito di osservazione emerge dalla corrispondenza di ufficio, dalle relazioni minuziose ed arricchite da ponderati raffronti con la storia romana. Machiavelli, nell'analisi spassionata dei fatti, cercò di vedere le cose, senza compromessi ed equivoci, come realmente erano, e non come avrebbero dovuto essere o si sarebbe voluto che fossero, senza assumere atteggiamenti moralistici e limitandosi a considerare la natura dell'uomo per quello che è.

Con il termine machiavellico si è inteso dire un atteggiamento spregiudicato nell'uso del potere politico, di amicizie di comodo: un buon principe statista deve essere astuto, mentitore, abile manovratore negli interessi propri e del suo popolo. Ciò si accompagna a un travaglio personale che il Machiavelli sentiva nella sua attività quotidiana e di teorico, secondo una tradizione politica che già in Cicerone affermava: "un buon politico deve avere le giuste conoscenze, stringere mani, vestire in modo elegante, tessere amicizie clientelari per avere un'adeguata scorta di voti".

Con Vittorio Alfieri e Machiavelli l'Italia ha conosciuto i più grandi teorici del potere politico.

Emerge il conflitto fra libertà di coscienza e ragion di Stato che impone dei sacrifici personali (ai propri princìpi, etc.) in nome di un superiore interesse di un popolo.

Proprio per questo suo atteggiamento distaccato di studioso Machiavelli si considerò al disopra degli eventi e delle vicende politiche. La sua visione della realtà è, certamente, pessimistica, però non esclude la volontà di azione né la speranza mentre l'elemento religioso è considerato solo in funzione delle sue implicazioni politiche e sociali.

Machiavelli non prende in considerazione l'idea di rinnovamento religioso e nella lettera su Savonarola del 9 marzo 1498 indica solo le implicazioni politiche; anche se approva le idee di rinnovamento etico, propugnate dal Savonarola, ne condanna l'incapacità di prevenire la propria caduta servendosi delle armi (Principe).

La concezione ciclica della storia


Machiavelli ha una concezione ciclica della storia:" Tutti li tempi tornano, li uomini sono sempre li medesimi ". Ma ciò che allontana Machiavelli da una concezione deterministica della storia è l'importanza che pone nella "virtù" umana, nella capacità dell'uomo di cambiare il corso degli eventi a dispetto dell'esperienze del passato. Non a caso il Principe, nella conclusione, abbandona il suo taglio cinico e pragmatico per esortare i sovrani italiani, con una scrittura più solenne e venata di un certo idealismo, a riconquistare la sovranità perduta e a cacciare l'invasore straniero. Non c'è rassegnazione nel Principe, nè tantomeno sfiducia nei confronti dell'uomo.

Il senso della nazione


Una errata interpretazione che risale al secolo scorso fece del Machiavelli un precursore del movimento unitario, ma la parola nazione ha assunto l'attuale significato solo a partire dalla seconda metà del ‘700, mentre il Machiavelli la usò in senso particolaristico e cittadino (es. nazione fiorentina o, nel senso più generico di popolo, moltitudine).

Tuttavia, Machiavelli propugnava un principato in grado di reggersi sull'unità etnica dell'Italia; così facendo, e denunciando in tal modo una chiara coscienza dell'esistenza di una civiltà italiana, Machiavelli predica la liberazione dell'Italia sotto il patrocinio di un principe criticando il dominio temporale dei Papi che spezza in due la penisola.

Ma l'unità d'Italia resta in Machiavelli un problema solo intuito. Non si può dubitare che avesse concepito l'idea dell'unità d'Italia, ma tale idea restò indeterminata, poiché non trovò appigli concreti nella realtà, restando perciò a livello di utopia, cui solo dava forma la figura ideale del principe nuovo.

Il principe o De Principatibus


Machiavelli contava su di un principe capace di costruire un forte Stato nell'Italia centrale e di promuovere la liberazione dalle dominazioni straniere assicurando poi la vita indipendente della Penisola. Lo stato ideale del Machiavelli era idealizzato in quanto intendeva che un principe doveva prendere il sopravvento sugli altri staterelli, figurando al potere di un'immagine molto simile a quello del duca Valentino, ovvero Cesare Borgia. Tale speranza era connessa al giudizio storico sulle cause della catastrofe italiana, da lui ricondotta alla viltà dei principi che non avevano saputo e voluto armare eserciti propri, preferendo assoldare le pericolose e destabilizzanti milizie mercenarie. Nella sua opera il richiamo al riordinamento delle forze politiche e militari è, infatti, costante.

Emblematico è il modo di trattare argomenti delicati, quali le mosse necessarie al Principe per organizzare uno stato ed ottenerne uno stabile e duraturo consenso. Per esempio vi troviamo indicazioni programmatiche, quali l'utilità nello "spegnere" gli stati abituati a vivere liberi di modo da averli sotto il proprio diretto controllo (metodo preferito al creare un'amministrazione locale "filo-principesca" o al recarvisi e stabilirvisi personalmente, metodo però sempre tenuto da conto in modo da avere un occhio sempre presente sulle proprie terre, e stabilire una figura rispettata e conosciuta in loco). Altro elemento caratteristico del trattato sta nella scelta dell'atteggiamento da tenere nei confronti dei sudditi, culminante nell'annosa questione del "s'è gli è meglio essere amato che temuto o e converso" (Cap. XVII). La risposta corretta si concretizzerebbe in un ipotetico principe amato e temuto, ma essendo difficile o quasi impossibile per una persona umana l'essere ambedue le cose, si conclude decretando che la posizione più utile viene ad essere quella del Principe temuto (pur ricordando che mai e poi mai il Principe dovrà rendersi odioso nei confronti del popolo, fatto che porrebbe i prodromi della propria caduta). Qua appare indubbiamente la concezione realistica e la concretezza del Machiavelli, il quale non viene a proporre un ipotetico Principe perfetto, ma irrealizzabile nel concreto, bensì una figura effettivamente possibile e soprattutto "umana". Ulteriore atteggiamento principesco dovrà l'essere metaforicamente sia "volpe" che "leone", in modo da potersi diendere dalle avversità sia tramite l'astuzia (volpe) che tramite la violenza (leone). Mantenendo un solo atteggiamento dei due non ci si potrà difendere da una minaccia violenta o di astuzia.

Spesso alla figura evocata dal Principe di Machiavelli viene associata la figura di un uomo privo di scrupoli, di un cinismo estremo, nemico della libertà. Spesso gli viene anche associata la frase "il fine giustifica i mezzi", frase che mai enunciò. Machiavelli nella stesura del Principe si rifà alla reale situazione che gli si presentava attorno, una situazione che necessitava essere risolta con un atto deciso, forte, violento. Machiavelli non vuole proporre dei mezzi giustificati da un fine, egli pone un programma politico che qualunque Principe voglia portare alla liberazione del da troppo tempo schiavo stato italiano, dovrà seguire. Fuori dai suoi intenti una giustificazione morale dei punti suggeriti, egli stende un vademecum necessariamente utile a quel Principe che finalmente vorrà impugnare le armi. Alle accuse di sola illiberalità od autoritarismo, si può dare una risposta leggento il capitolo IX, "De Principatu Civili", ritratto di un principe nascente dal e col consenso del popolo, figura ben più solida del Principe nato dal conseso dei "grandi", cioè dei grandi proprietari feudali. Non esiste un unico tipo di principato, ma per ogniuno troviamo un ampia trattazione di pregi e dei difetti.

In conclusione, il pensiero di Machiavelli tende ad uno Stato che sia riorganizzato e reso saldo dalla capacità (virtù nel senso latino di virtus = coraggio, abilità) del Principe, uno Stato forte per armi proprie e saldo per fermezza di propositi, con volontà d'azione e sagacia nel governo di chi lo regge. Tali caratteristiche - sottolinea Machiavelli nella sua opera - consentirebbero al Principe di imporre la propria supremazia agli altri governanti italiani, riportando nella Penisola pace ed unità di intenti, sì da scoraggiare ogni minaccia straniera

Lo stile


Lo stile di Machiavelli è molto diverso da quello del genere trattatistico rinascimentale. Poichè il suo scopo è quello di fornire uno strumento da applicare immediatamente, utilizza una prosa agile e chiara, di conseguenza non ricorre mai ad ornamentazioni retoriche. Il lessico impiegato dall'autore si rifà a quello petrarchesco e bocacciano, è ricco di latinismi ma anche di parole comuni. Nelle sue opere ricoprono un ruolo assai rilevante anche le metafore, i paragoni e le immagini. La concretezza è una delle caratteristiche salienti, l'esempio concreto ed essenziale, tratto dalla storia anche recente, è sempre preferito al concetto astratto.

Opere principali


Ritratto delle cose della Magna (1512)

Curiosità


Machiavelli è il protagonista di un romanzo scritto da Raphaël Cardetti nel 2003, intitolato La vendetta di Machiavelli, una storia dalle tinte gialle che si svolge nella Firenze del 1498.

Voci correlate


Collegamenti esterni


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