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L'Iliade è - ugualmente all'Odissea - un poema attribuito ad Omero. Si compone di ventiquattro libri o canti. Opera ciclopica e complessa, è ritenuta un caposaldo della letteratura greca. Tratta di un periodo breve della storia della guerra di Troia: l'ira di Achille, di fatto protagonista assoluto del poema.

Datazione


L'opera, insieme all'Odissea, viene composta nella Ionia d'Asia intorno al IX secolo a.C., anche se alcuni autori ne pospongono la nascita intorno al 720 a.C.. L'originale più antico dell'opera risale al VII secolo a.C., ed è questo che il tiranno ateniese Pisistrato usa quando, nel VI secolo a.C., decide di uniformare e dare forma scritta ad un poema che fino ad allora si era tramandato quasi esclusivamente per forma orale. Quest'ultima forma, però, continuerà fino al III secolo d.C. in Egitto, con tutti i cambiamenti e le mutazioni inevitabili nella forma orale.

Varie edizioni


L'edizione pisistratea, comunque, non rappresenta un canone fisso. In seguito, infatti, convive con le successive edizioni scritte delle città greche di Massalia (odierna Marsiglia), Creta, Cipro, Argo e Sinope. Queste edizioni vengono dette "politiche" (dal greco κατά πόλεις, catà pòleis), nel senso di appartenenti alle poleis, alle città.

Esiste un'edizione pre-ellenistica di origine ignota, chiamata πολύστιχος (polýstichos, letteralmente "con molte linee"), e che presenta un maggior numero di versi rispetto alla versione pisistratea: gli studiosi tendono a considerarla una versione "annacquata" da interventi operati da chi la tramandava oralmente.

Esistono poi delle edizioni di cui si sa molto poco dette "personali" (dal greco κατ' άνδρα, cat'àndra), nel senso che appartenevano a uomini (àndra) illustri, come Antimaco di Colofone o Euripide (figlio del più famoso drammaturgo). Sembra non confermato il fatto che anche il filosofo Aristotele avesse un'edizione personale delle opere di Omero.

Premessa all'opera


(Nota: per un'informazione dettagliata sui libri che compongono l'opera nel suo insieme vedi articolo Iliade (trama); per una analisi delle numerose traduzioni che sono state fatte di questa opera vedi la voce Iliade (traduzioni)

Elena, figlia di Tindaro, re d'Amiclea (Sparta), è data in sposa a Menelao, fratello del potente Agamennone (re di Micene); è, soprattutto, la donna più bella del mondo. Paride (principe di Troia) si innamora di lei e, con l'aiuto di Afrodite, la porta con sé a Troia. Menelao ed Agamennone, insieme ad altri re e condottieri, fra cui Achille, si riuniscono in un grande esercito e - per recuperare Elena - muovono guerra a Troia.

Analisi critica


Parlando dell'Iliade, a chiunque viene immediatamente il ricordo di fatti straordinari, "eroici", e tutti sanno che l'"eroico" è l'accento fondamentale di questo poema.
Ma, dicendo "eroico", dovremmo rimanere scontenti per l'accezione che definisce eroico qualcosa di superiore, di una superiorità particolare. Nessuno chiamerebbe eroico qualcuno che mangia terga di buoi o beve otri di vino, ma, in Omero, anche questo è eroico.
Nell'Iliade è eroico ciò che è al di sopra della norma, in qualunque modo, sia nel bene che nel male, nella gagliardia del corpo o dell'animo, nelle armi, nei carri, nel gridare o nel tacere, nella ferocia o nella generosità, nella volontà o nel capriccio.
In questo colpisce dell'eroe dal di fuori, la natura, il destino, la morte, tutte le forze che si eroicizzano esse stesse, uscendo dalla norma per eroicizzare l'eroe.
Si pensi alla grandezza fisica, alla monumentalità dell'eroe omerico: Aiace mentre difende il campo acheo dall'impeto trionfante di Ettore, Achille in lotta con le onde vorticose dello Scamandro e del Simoenta.
Si pensi alle armi: il semplice scudo d'Aiace che sembra torre o scoglio, all'asta di Achille che nessuno sapeva maneggiare, tanto da essere abbandonata da Patroclo, dopo aver preso possesso delle armi di Achille.
Queste grandezze e questa eroicità non sono descritte con occhio stupito o sorriso di meraviglia, che sono modi e forme della poesia cavalleresca. Il poeta, non sa di raccontare cose meravigliose, perché non ha altra stregua a cui avvicinarle o compararle; il poeta stesso è all'interno di questo meraviglioso, in quanto il suo mondo naturale, quello che vede e che descrive e narra è la sua schietta realtà.
Non racconta dal basso, non guarda in su, misurando la distanza. Anche chi legge non guarda in su, ma è dentro alla scena eroica, in questo mondo, straordinario, smisurato, meraviglioso. L'eroico è sentito come natura, come normalità.
Proviamo a proiettare come su uno schermo alcuni episodi del poema. Nel primo libro, troviamo il dispetto (o il capriccio?) di Achille che non vuole più combattere perché gli hanno tolto Briseide, è la grande μηνις (mênis), la collera tremenda. Nel XVII e XXIII libro, la collera vendicatrice di Achille, ha impeti ferini: strage di nemici, fiumi di sangue strazio e scempio anche dei cadaveri, Ettore ormai morto, legato per i piedi e trascinato dalla biga dell'uccisore, con la testa nella polvere, attorno alla tomba di Patroclo. Nell'ultimo canto, lo scoppio della pietà, di fronte a Priamo, che gli ricorda Peleo, Achille piange e rende il cadavere alla famiglia.
L'opera non tratta, come parrebbe dal titolo, la guerra di Ilio (Troia), ma un episodio di questa guerra, l'ira di Achille, con un'azione che si svolge in un periodo brevissimo, se paragonato alla durata della guerra: 51 giorni. In vero, le ire sono due, e non una, e il passaggio dall'una all'altra, divide il poema in due parti: nella prima Achille non vuole più combattere, nella seconda si immerge nella battaglia straziando il nemico.

Non vi sono dubbi sull'unità di questo grande blocco di poesia. L'attribuzione ad Omero è ormai vecchia di tremila anni, fin dal VII secolo a.C.. Ogni tentativo di rifiutarla appare un cavillo artificioso, anziché una ragione ragionata.
Anche la divisione in 24 libri, tipica degli scritti alessandrini, non è che una restaurazione di più antiche divisioni rapsodiche.
Quando Aristotele lodò Omero nella Poetica, per aver saputo scegliere, tra il numeroso materiale mitico-storico della guerra di Troia, un episodio particolare, rendendolo centro vitale del poema, egli enunciò, a corollario della sua affermazione, che la poesia non è storia ma una fecondissima verità teoretica ed anche una verità di fatto.

Hanno detto di Omero e dell'Iliade

  • Omero è il massimo dei poeti e il primo dei compositori di tragedie. Platone
  • Nessuno lo potrà superare per sublimità nelle cose grandi, per proprietà nelle piccole. Egli è vasto e insieme serrato, grazioso e grave, ammirabile ugualmente per copia e per brevità, e oltre a quelle addicentesi a un poeta possiede le doti più eminenti di un oratore. Quintiliano
  • Se un'intelligenza superiore volesse ragguagliare gli abitanti dei cieli sugli avvenimenti degli uomini e darne loro un'immagine esatta, userebbe il linguaggio di Omero. Joubert
  • Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia. Leopardi
  • Nell'Iliade Omero ha conferito all'ordinamento della vita terrestre e spirituale del mondo antico una struttura altrettanto possente quanto Cristo al mondo moderno. Dostoevskij
  • L'influsso d'Omero non è niente affatto limitato, almeno per quel che riguarda la poesia greca, all'epos eroico. G. Pasquali

Bibliografia


  • Raffaele Cantarella e Giuseppe Scarpat, Breve introduzione ad Omero, Dante Alighieri Editore, 1989

Voci correlate


Collegamenti esterni




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