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L'acronimo Fivet (Fertilizzazione in vitro con embryo transfer) è utilizzato per definire una tecnica di procreazione assistita tra le più comuni: si tratta della fecondazione in vitro con successivo trasferimento dell’embrione così formato nell’utero della donna.

La tecnica fu sviluppata nel Regno Unito da Patrick Steptoe e Robert Edwards. Il primo essere umano nato da questa tecnica fu Louise Brown nata a Londra il 25 luglio 1978.

Procedura


La procedura si divide in alcune fasi:
  • Vi è una prima fase in cui alla donna vengono somministrati per via intramuscolare o sottocutanea dei farmaci (gonadotropine) finalizzati all'iperovulazione cioè allo sviluppo di più follicoli e quindi di un numero maggiore di cellule uovo (nel ciclo spontaneo ne viene prodotta una sola), di modo che possa essere prelevato un numero maggiore di ovociti. Si procede poi all'aspirazione ecoguidata dei follicoli.

  • Il liquido follicolare viene esaminato in laboratorio e ne vengono recuperati gli ovociti più idonei. I gameti, cioè il seme maschile e l’ovocita della donna, vengono collocati insieme in un apposito recipiente affinché uno spermatozoo penetri nell’ovocita. Vengono a volte utilizzate delle tecniche di fertilizzazione assisitita come l'ICSI, (Intracytoplasmatic Sperm Injection) o iniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo tramite la quale lo spermatozoo viene iniettato direttamente nel citoplasma dell'ovocita.

  • L’embrione così formatosi viene introdotto in utero per via vaginale, normalmente entro 48-72 ore, nella speranza che si annidi, cioè che “metta radici” nella mucosa uterina (endometrio) e possa ricevere dalla donna alimento, calore ed energie per continuare a svilupparsi.

Le percentuali di successo sono influenzate da molti fattori:

  • la risposta da parte della donna alle terapie, in molti casi non viene prodotto un numero sufficiente di follicoli è quindi necessario ripetere la terapia con dosaggi diversi
  • la presenza di ovociti nel liquido follicolare non è scontata
  • il grado di maturazione degli ovociti prelevati
  • la fertilità della paziente è molto influenzata dall'età
Le percentuali di successo di questa metodica sono del 25-35% per ciclo.

Per aumentare le percentuali di successo viene utilizzato il metodo di trasferire nell’utero un numero multiplo di embrioni, solitamente ne vengono trasferiti tre, un compromesso considerato accettabile tra l'ottenimento del successo e le probabilità di una gravidanza plurigemellare per sua natura rischiosa per la madre e per i nascituri. Peraltro le linee guida della ESHRE (European Society for Human Reproduction & Embryology) suggeriscono di impiantare non più di due/tre embrioni.

In passato, in caso di impianto di un numero maggiore di embrioni, si ricorreva talvolta alla cosiddetta “riduzione fetale”: a otto settimane di gravidanza il cuore di uno o più degli embrioni veniva trafitto attraverso la parete addominale materna con una siringa per iniettare un liquido che provacava l'arresto cardiaco.

Poiché l’iperovulazione e il successivo prelievo di ovociti sono operazioni che presentano qualche rischio per la donna e sono comunque poco gradevoli, il medico cerca di avere in un solo ciclo il massimo numero possibile di ovociti, li feconda tutti e ne trasferisce in utero solo alcuni, mentre conserva gli altri come “scorta” in vista di ulteriori tentativi. La conservazione viene effettuata congelando gli embrioni a 196 gradi sotto lo zero (crioconservazione), con uso di azoto liquido.

Fino ad oggi non è sufficientemente sviluppata la tecnica di congelare gli ovociti e non gli embrioni. Gli spermatozoi sono facilmente congelati, ma per gli ovociti sussistono difficoltà che ne rendono complicato il congelamento di routine. Perciò vengono congelati gli embrioni, i quali vengono chiamati “soprannumerari”.

Diagnostica preimpianto


In alcune casistiche di pazienti è opportuno ricorrere a forme di diagnostica preimpianto. La semplice osservazione dell’embrione al microscopio non è ovviamente in grado di evidenziare eventuali malformazioni genetiche del nascituro. Al microscopio si può solo constatare l’aspetto morfologico (forma, grandezza, struttura) dell’embrione e quindi se esso è vivo o morto e comunque se è vitale, cioè se è sviluppato in misura tale da essere in grado di impiantarsi in utero. Test genetici su un campione di dimensioni microscopiche (come il gamete) sono invasivi potenzialmente distruttivi dell'embrione.

Il test genetico non evidenzia una diffusa malformazione genetica, la sindrome di Down. Essa è dovuta non a una mancanza o a un'errore nei cromosomi, evidenziabile da subito con un test sul DNA del gamete, ma ad un errore nella duplicazione di alcuni cromosomi che porta ad un loro eccesso numerico: chi è affetto da sindrome di Down ha alcune colonie di cellule dell'organismo che si sono specializzate partendo da alcune generazioni di totipotenti con dei cromosomi di troppo(tre cromosomi invece di due dello stesso tipo nel DNA). Le cellule totipotenti nascono dalla duplicazione per meiosidell'embrione (anche in vitro, prima del suo impianto in utero).

Un difetto delle cellule totipotenti, (genetico o anche del fenotipo) non è visibile da un esame condotto sull'embrione. Esso può verificarsi in tutto il periodo che intercorre fra la formazione dell'embrione e la specializzazione delle cellule. Ogno generazione di totipotenti nel corso della meiosi può dar luogo a difetti come l'inizio di una sindrome di Down su qualche cellula. L'amniocentesi viene eseguita in un periodo vicino all'inizio della specializzazione delle cellule e uno stadio di sviluppo medio-avanzato del feto: un test genetico non è più possibile quando l'embrione è in utero; gli esami successivi tentano di capire(malattie, sindrome di Down,etc.)a partire da dimensioni,forma, movimenti del feto, ossia dal fenotipo(non dal DNA).

Quando le cellule iniziano a specilizzarsi il rischio di errori nella duplicazione meiotica cala sensibilmente.

Per alcune malattie, fra le quali la sindrome di Down, sono necessari altri esami dopo la diagnosi preimpianto, come l'amniocentesi.

Biopsia del globulo polare

La diagnosi preimpianto prevede una biopsia dell’ovocita. Questa avviene attraverso la rimozione del cosiddetto globulo polare. I globuli polari sono due, il primo viene espulso dall’ovocita prima della sua fecondazione mentre il secondo globulo polare viene espulso dall’ovocita già fecondato. Nell'intervallo fra le due espulsioni si procede all'apertura meccanica, chimica o via laser della zona pellucida ed all'aspirazion dei 2 globuli polari che successivamente verranno utilizzati per la diagnosi.

Biopsia dell'embrione

La biopsia dell’embrione (detta anche diagnosi pre-impianto o DPI) viene effettuata tre giorni dopo la penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita. A tre giorni un embrione è normalmente composto da otto cellule. Una o due di queste, chiamate blastomeri possono essere rimosse senza che venga danneggiato lo sviluppo futuro dell'ambrione. La metodica è molto simile a quella di prelievo dei globuli polari ma è leggermente più rischiosa in quanto c'è la possibilità di danneggiare le cellule vicine a quella rimossa. Altri, come ad esempio il Movimento per la Vita, ritengono che questa tecnica sia molto pericolosa per l'embrione, poco sicura nei risultati e comunque causa di uno "spreco" maggiore di embriori (non meno di 9 per ogni tentativo).

L'efficacia di queste tecniche è pari al 90-93% dei casi nelle quali sono applicate non possono quindi essere considerate una alternativa alla diagnostica prenatale classica (villocentesi o amniocentesi). Il motivo del loro utilizzo è spesso quello di ridurre il trasferimento e l’eventuale impianto di embrioni affetti da patologie trasmissibili.

Considerazioni di natura etica


La fecondazione in vitro ha dato origine ad un ampio dibattito sul suo utilizzo e su alcuni aspetti etici (vedi Argomenti correlati). Tra i punti che vengono messi in discussione vi sono:
  • il possibile utilizzo per fini diversi da quello procreativo degli embrioni congelati;
  • la "tentazione" di effettuare a priori una selezione degli embrioni per fini diversi da quelli strettamente legati alle condizioni di salute dell'embrione stesso;
  • la stessa diagnosi pre-impianto è ritenuta da alcuni una specie di "selezione della razza perfetta" che causa, di fatto, l'eliminazione degli embrioni ritenuti malati;
  • l'utilizzo della fecondazione eterologa ovvero quella fatta ricorrendo a gameti esterni e non all’uso esclusivo di gameti della coppia che ricorre alle tecniche (PAU omologa) e la possibilità di una più o meno estesa alterazione della paternità e della maternità;
  • l'utilizzo della fecondazione in vitro in caso di coppie omosessuali o di madri single che viene considerato inopportuno da alcune correnti politiche e di opinione.

Voci correlate


Collegamenti esterni


Ginecologia e ostetricia | Bioetica



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