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Premessa


Il termine "Essere" (di seguito E), viene usato principalmente in 3 modi:

1. Esistenza: per esprimere il fatto che una certa cosa esiste; ad esempio, "l'erba è (= c'è, esiste)", ma anche "l'unicorno è (almeno nella fantasia di chi lo pensa)".

2. Identità: ad esempio "i Francesi sono gli abitanti della Francia", "Umberto Eco è l'autore del 'Nome della rosa'"

3. Predicazione: per esprimere una proprietà di un certo oggetto; ad esempio "la mela è rossa".

Quanto sopra riportato è una generalizzazione che, se consente di comprendere i principali usi del vocabolo, non rende conto della varietà dei significati e delle implicazioni che il concetto di E ha avuto nel corso della storia della filosofia. È necessario pertanto prendere in esame il concetto di E così come è stato analizzato dai vari filosofi nel corso della storia. Si può premettere che, da una parte in filosofia l'E è stato considerato non solo un verbo ma anche un sostantivo (l'Essere come "tutto ciò che è" o come "il fatto che X esista", etc..); dall'altra che identità e predicazione sono oggetto di studio anche di un'altra disciplina, la logica, per cui le generiche definizioni sopra riportate sarebbero imprecise.

Parmenide e la scuola di Elea


Il filosofo che per primo mette a tema esplicitamente il concetto di essere è Parmenide di Elea (VI-V sec. A.C.); l'esordio della riflessione filosofica sull'essere si esprime mediante una lapidaria formula, la più antica testimonianza in materia:

La scuola eleatica non era riuscita a risolvere il problema dell'archè: l'atomismo democriteo che ne costituisce la formulazione più avanzata continuava a presupporre gli atomi e uno spazio vuoto, diverso dagli atomi, in cui essi potessero muoversi.
Parmenide nota come l'essere sia unico e non possano esserci due esseri perché se uno è l'essere e l'altro non è il primo, esso è non-essere.

Se A è l'essere, e B non è A, allora B è non-essere, ossia non è. Questo ragionamento impediva di parlare di enti e portava alla negazione del divenire, che gli antichi non riuscivano a spiegare.
Il problema più rilevante non era tanto la molteplicità degli enti che abbiamo sotto gli occhi, quanto il senso greco del divenire per cui tutto muta, che si scontra con una ragione, altra dimensione fondamentale della grecità, che è portata a negarlo. Parmenide vive drammaticamente il conflitto, vede che il mondo è molteplice, vorrebbe dirlo, ma la ragione e il compito del filosofo glielo impediscono: negando il divenire il mondo e la vita, sono tutte illusioni. C'è solo un essere, statico, uno, eterno, indivisibile, ossia uguale a sé stesso nello spazio e nel tempo perché diversamente, differenziandosi, sarebbe il non-essere. Tale essere è una sfera perfetta non chiusa perché fuori dell'essere e dello spazio infinito non può esservi nulla, ma tendente a chiudersi all'infinito;la sfera è l'unico solido geometrico che non ha differenze al suo interno, è uguale dovunque la si guardi; l'ipotesi suggestivamente con la teoria della relatività di Albert Einstein che nel 1900 dirà "se prendessimo un binocolo e lo puntassimo nello spazio, vedremo una linea curva chiusa all'infinito" in tutte le direzioni dello spazio, ovvero una sfera complessivamente (per lo scienziato infatti e l'universo è sferico sebbene finito, fatto di uno spazio ripiegato su se stesso).

Aristotele


Il primo filosofo a porsi in maniera sistematica ed evidente il problema del concetto di essere è Aristotele. Aristotele fa coincidere la metafisica con l'ontologia, infatti definisce la metafisica come lo studio dell'essere.
Il problema dell'essere è un problema che si affaccia continuamente alla nostra esperienza quotidiana: nel linguaggio comune noi diciamo "l'uomo è in casa"; "il tavolo è marrone"; "il quadro è bello" ecc. ecc. Ma che cos’è questo essere, questo "è"?
Per Aristotele, che si accorge di questa molteplicità di accezioni dell'essere, l'Essere è: -accidente;-categoria;-vero;-atto e potenza. Da qui si capisce come tutto il sistema filosofico aristotelico di fatto si basi e nasca dal concetto di essere. L'essere dunque per Aristotele è analogico ed è dicibile in dieci modi che sono le categorie.

Heidegger


In età moderna il concetto di essere si viene a confondere con quello di ente e di essente. Martin Heidegger dirà addirittura che già da Platone è iniziata l'incomprensione da cui ha origine l'oblio dell'essere, incomprensione data dal fatto che si ricerca il senso dell'essere a partire dagli essenti. Immanuel Kant stesso riportò l'essere al concetto di esistenza reale percepita dai sensi. E ancora il neopositivismo e il neocriticismo hanno considerato l'essere come un concetto che non ha una sua adeguata definizione linguistica.
Solo con Heidegger si arriverà ad uno studio metodologico e approfondito dell'essere. Per il filosofo tedesco il problema dell'essere è il problema della filosofia, il problema più vasto, più profondo, più originario e la Verità non è altro che la via al disvelamento dell'essere, la Verità nel significato etimologico di non-latenza (a-letheia).

Heidegger, nella prima parte della sua filosofia, quella di "Essere e tempo" per intenderci, inizia lo studio dell'essere a partire dagli essenti e in particolare da quell'essente caratterizzato dall'esistenza che è l'uomo. Successivamente si accorge che il metodo adeguato, invece, per uno studio non è quello di partire dagli essenti fino all'essere ma dall'Essere per arrivare agli essenti. Essere è l'infinito di "è" e in opposizione all'empirismo logico e al neokantismo, Heidegger afferma che l'essere si manifesta proprio attraverso la parola e in particolare attraverso il linguaggio poetico. Infine darà come prospettiva in cui l'essere può manifestarsi quella del tempo poiché la parola stessa ha dimensione temporale e ci parla della storicità dell'essere.

Ontologia

Væsen | Sein (Philosophie) | Being | Être | Being

 

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