Con Dio, nelle religioni e filosofie monoteiste, si intende l'essere supremo, eterno e infinito, creatore dell'universo. In questa accezione viene solitamente indicato con l'iniziale maiuscola. In particolare, nella tradizione ebraica, cristiana ed islamica, a Dio viene attribuito un carattere personale ed una rivelazione pubblica.
Nelle religioni politeiste, con dio (generalmente indicato con la lettera minuscola) si intende un'entità superiore all'uomo innanzitutto in potenza, in sapienza e spesso in moralità, quasi sempre (ma non necessariamente) immortale. In questo caso spesso viene ulteriormente identificato con il nome proprio: ad esempio nella religione greca - e nella relativa mitologia - il dio Apollo, la dea Atena, ecc.
Si riportano di seguito le visioni di Dio delle diverse religioni.
La visione di Dio presso la religione induista è estremamente articolata, dal momento che l'Induismo stesso può essere considerato - più che una religione in senso stretto - un insieme più o meno eterogeneo di numerose correnti filosofiche e religiose, a volte in apparente contraddizione tra loro. Questo rende l’Induismo difficilmente classificabile; infatti, sebbene da molti venga erroneamente (e superficialmente) considerato politeista, vi si ritrovano tratti di diverse tipologie di religiosità, tra cui monoteismo ed enoteismo. I principali punti di vista della religione induista sono sei, e vengono chiamati Darshana: essi designano le differenti possibilità di approccio ad uno o più degli aspetti filosofici, devozionali, metafisici e ritualistici emersi in un'epoca che affonda le sue radici nel mito (l'Induismo è infatti la più antica delle principali religioni del mondo).
Questa tendenza a racchiudere in simbologie aspetti tra loro opposti e complementari spiega l'apparente contraddizione tra le varie forme di Dio venerati nell'Induismo. Ciò si riflette nel sistema delle murti (raffigurazioni di Dio o dei Suoi aspetti): per fare alcuni esempi, Devi (ossia l'aspetto materno/femminile di Dio), a seconda dell'aspetto che si vuole considerare, viene chiamata Kali (aspetto terrifico della Madre Divina che, per amore del devoto, distrugge i demoni) oppure Bhavani (aspetto creativo della Madre Divina, lett. "Colei che dà la vita"); e, allo stesso modo, Shiva (l'aspetto paterno/maschile di Dio) viene chiamato a seconda dei casi Hara (lett. Distruttore) o Shankara (lett. Benefico).
Secondo la scuola di pensiero del Vedanta, in particolare secondo la filosofia Advaita (filosofia della non dualità), esiste un substrato metafisico di tutto ciò che esiste - su tutti i piani, grossolano, sottile e causale - un vero e proprio supporto situato al di là di ogni individualità, sia che essa riguardi l'anima individuale (detta Jiva) o quella universale (Ishvara, o Dio-persona). Questo substrato si trova oltre il mondo dei nomi e delle forme, ma per poter essere indicato, viene chiamato Brahman; esso rappresenta la base del manifesto e dell'immanifesto, uno stato indifferenziato di puro essere, eternità e beatitudine, senza nascite e senza cause, situato al di là di qualsiasi speculazione filosofica o moto devozionale.
Dio traduce l'ebraico El (nome anche di una divinità fenicia), Eloah, ed Elohim (grammaticalmente plurale, da cui varie ipotesi su di un politeismo originario). Si trova nei testi che lo studio filologico fa risalire alla corrente eloista del Pentateuco. La stessa radice si ritrova nell'ebraico e poi cristiano Elia e nell'attributo di Gesù come Em-anu-el (Dio-con-noi); ed anche nell'islamico Allah. A testimonianza dell'origine comune di cristianesimo, islam ed ebraismo, i loro nomi di Dio condividono la stessa origine.
Il nome che appare più spesso nella Bibbia ebraica è quello composto dalle lettere ebraiche י (yod) ה (heh) ו (vav) ה (heh) o Tetragramma biblico (la scrittura ebraica è da destra a sinistra ).
L’ ebraismo insegna che questo nome di Dio, pur esistendo in forma scritta, è troppo sacro per essere pronunciato. Tutte le moderne forme di ebraismo proibiscono il completamento del nome divino, la cui pronuncia era riservata al Sommo Sacerdote, nel Tempio di Gerusalemme. Poichè il Tempio è in rovina, il Nome non è attualmente mai pronunciato durante riti ebraici contemporanei. Invece di pronunciare il tetragramma durante le preghiere, gli ebrei dicono Adonai, cioè "Signore". Nelle conversazioni quotidiane gli ebrei dicono HaShem (in ebraico "il nome", come appare nel libro del Levitico XXIV,11) quando si riferiscono all'Eterno.
Nelle lingue germaniche Dio è identificato con il Bene, anche se con il tempo probabilmente è andato perso il senso comune di quest'origine etimologica: infatti, l'inglese God e il tedesco Gott hanno la stessa origine degli aggettivi "good" e "gut" ("buono" e "bene").
È solo al tempo dell'Esilio babilonese (VI secolo AC) che Israele passa della monolatria al monoteismo: c'è un solo Dio, tutti gli altri sono apparenza.
Il profeta Ezechiele, rappresentando la maestosità del Creatore e della sua perfetta organizzazione in un simbolico carro celeste, parlò della presenza di quattro creature viventi, cherubini, ai lati di questo carro. Ogni creatura aveva quattro facce che rappresentano i quattro principali attributi di Dio. In particolare le figure descritte da Ezechiele sono:
Israele nasce come popolo quando sperimenta che Dio lo libera della schiavitù d'Egitto. Da quel momento in avanti Dio è colui che dice "presente" (La radice del nome è la stessa radice del verbo essere coniugato al presente indicativo = Io Sono = Io sono qui con te), ed è al suo lato per accompagnarlo e salvarlo.
Anche le circostanze dolorose, come cadere in mano dei nemici o l'Esilio babilonese, sono interpretate come un'azione di Dio che corregge il suo popolo a causa dei suoi peccati.
Lo scetticismo filosofico appartiene ad un periodo posteriore a quello in cui furono composti i libri della Bibbia, non ha senso discutere di ateismo prima dell'epoca dell'Illuminismo. I Greci si posero il problema dell'esistenza di Dio e Aristotele giunse a dimostrarne la necessità filosofica come motore immobile, causa prima non causata.
Solo nel Qohelet o Ecclesiaste e nei salmi 14, 53 e 94, oltre che dal passo della Bibbia: E l'uomo creò Dio a sua immagine e somiglianza, gli conferì poteri sovrannaturali e la capacità di dare e togliere la vita troviamo tracce di una qualche tendenza pessimista che può far pensare, da molto lontano, all'ateismo moderno.
Nei primi concili ecumenici, a partire dal IV secolo, si cerca di razionalizzare questo contrasto. Nel Credo niceno-costantinopolitano si professa un solo Dio, Padre onnipotente, creatore dell'universo e di ogni cosa, visibile o invisibile. Con questo si rimane nel solco dell'Ebraismo da cui il Cristianesimo è sorto.
Il Credo però prosegue dichiarando che Gesù Cristo è "Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero", che è consustanziale a Dio, che al tempo stesso possiede la natura umana, e che anche lo Spirito Santo è Dio. Si viene a definire la dottrina trinitaria, la più caratteristica del cristianesimo, che lo separa dalla radice ebraica da cui è derivato.
Le principali Chiese cristiane concordano nel parlare di mistero cristologico e mistero trinitario, ritenendo ineffabile la natura profonda di Dio, e che perciò fosse necessaria una rivelazione da parte di Dio stesso, non potendo la ragione umana arrivare a dedurlo.
Queste dottrine sono condivise dalle tre maggiori forme di Cristianesimo: Cattolicesimo, Ortodossia e dal Protestantesimo maggioritario. La sua definizione ebbe luogo, come detto prima, a partire dal IV secolo, a seguito della disputa fra la chiesa "Ortodossa" e l'Arianesimo, ora estinto, che negava la natura divina di Gesù. l cristiani che non accettano la dottrina trinitaria sono detti "unitariani" e in prevalenza sono una branca minoritaria del Protestantesimo.
Nel cristianesimo il monoteismo e la trascendenza di Dio sono un fatto necessario che però non esclude che oltre a essere nei cieli possa vivere anche in terra (il caso di Gesù e poi dello Spirito Santo fra gli uomini). Nel Vangelo secondo Giovanni si riporta l'affermazione di Gesù che rivela che Lui è nel Padre e il Padre è in Lui; l'evangelista Giovanni parla del Consolatore (paraclito), lo Spirito Santo che il Padre avrebbe inviato ai suoi figli fino alla fine dei tempi dopo la crocifissione, morte e resurrezione di Gesù: tale promessa si compie per la tradizione cristiana e viene ricordata nel giorno di Pentecoste, che celebra la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli.
Il riferimento giovanneo costante alla Trinità e all'inabitazione trinitaria nell'uomo è da conciliare con la divinità dell'antico testamento, al cui interno i profeti fecero numerosi riferimenti ad un Messia che sarà figlio d'uomo ed eletto di Dio.
La sintesi di varie Chiese cristiane è quella di un Dio Uno e Trino, una Persona sola e tre persone distinte (Padre, Figlio e Spirito Santo) distinte (ma non diverse): tale articolo di fede, insieme alla incarnazione, passione, morte e resurrezione di Gesù sono i misteri fondamentali della fede cristiana.
Nella visione dei Mormoni nella Divinità vi sono tre Personaggi distinti: Dio Padre Eterno, suo Figlio Gesù Cristo e lo Spirito Santo (primo 'Articolo di Fede'). Il Padre e il Figlio hanno corpi tangibili di carne e ossa e che lo Spirito Santo è un Personaggio di spirito senza carne nè ossa (Dottrina e Alleanze 130:22-23)Queste tre persone operano in perfetta Unità e armonia di intenti e di dottrina (Giovanni 17:21-23; 2 Nefi 31:21; 3 Nefi 11:27, 36; Giovanni 17:21-23 versi tratti dalla Bibbia e dal Libro di Mormon)
Dal convincimento che ogni cosa che sembra esistere - ivi compresa la materia bruta - è in realtà pervasa dallo Spirito di Dio ne deriva che anche gli atti umani sono opera del Creatore e che l'uomo ne abbia al massimo il "possesso" più che la "proprietà", avviando una discussione estremamente ardua sui limiti dell'azione umana che potrebbero portare a una sorta di fatalismo (tutto è determinato da Dio, tutto "è scritto" da Dio nel Suo Libro, il Corano, che s'identifica nella Sua parola, attributo non distinguibile e diverso dall'Essere supremo e che dunque è eterno a parte ante e a parte post).
A Dio non è possibile contrapporre in alcun modo un principio del Male perché questo porterebbe a una concezione dualistica del mondo. Nell'Islam, che è assolutamente monistico lo spazio riservato al Maligno (Shaytān, Iblīs) è estremamente ridotto e quasi insignificante e la stessa natura "di fuoco" del diavolo non è neppure assimilabile a quella "di luce" degli angeli. Il Bene è Dio e la Sua la Volontà e il Male la negazione di Dio e il disubbidirGli. Il credente (mu'min) deve essere pertanto un muslim", ovvero un sottomesso assoluto al comando di Dio.
Dio è assolutamente inconoscibile dall'uomo e quello che è dato sapere di Lui deriva direttamente dalla Sua Rivelazione testuale. Secondo l'Islam, Dio ha dato la Sua prima disposizione volitiva ad Adamo che è nell'Islam primo uomo e primo profeta. Nel prosieguo delle generazioni il tempo e l'azione talora maligna di alcuni uomini ha corrotto o falsato tale Rivelazione e Dio ha per questo motivo seguitato a mandare Suoi Inviati e Suoi profeti per riproporre l'insieme della Sua volontà. Di questa lunghissima catena profetologica Muhammad (in italiano Maometto), costituisce l'ultimo anello. Dopo di lui non vi sarà più alcun Inviato o alcun profeta e chiunque dovesse dichiarare riaperto il ciclo profetico si metterebbe automaticamente al di fuori di uno dei pochi dogmi islamici (come è avvenuto con la Ahmadiyya di Lahore o con i Drusi o con i Nusairi, solo per fare alcuni esempi).
L'onnipotenza, l'onnipresenza, l'onniscienza di Dio si accompagnano alla Sua infinita misericordia e generosità, motivo per cui non si potrà mai asserire che Dio "è tenuto" a punire i malvagi con una pena eterna mentre si può affermare che un premio eterno è stato destinato dal Creatore alle Sue creature a Suo totale piacimento. Un passaggio teologicamente accettato afferma pertanto che l'Inferno non sarà eterno per i musulmani ma, a rigor di logica, l'eternità della pena non si potrà presupporre e pretendere neppure per il resto dell'umanità, perché questo sarebbe porre un inammissibile limite all'onnipotenza divina.
La cultura islamica parla di 99 "Bei Nomi di Dio" (al-asmā‘ al-husnà), che formano i cosiddetti nomi teofori, abbondantemente in uso in aree islamiche del mondo: ‘Abd al-Tahmān, ‘Abd al-Rahīm, ‘Abd al-Jabbār, o lo stesso ‘Abd Allāh, formati dal termine "‘Abd" ("schiavo di"), seguito da uno dei 99 Nomi divini anzidetti.
La questione dell'increatezza del Corano deriva dalla polemica riguardante detti attributi, perché all'affermazione che la Rivelazione era stata creata da Dio al momento della Sua creazione del genere umano si contrappose la tesi vincente del hanbalismo secondo cui, essendo la Rivelazione "parola di Dio" (kalimat Allāh), ne derivava una sua eternità (argomento affrontato in modo pressoché identico nell'Ebraismo per quanto riguarda la Tōrāh).
L'idea di due princìpi a fondamento dell'essere contrastava con il pensiero greco, che ricercò delle spiegazioni non dicotomiche all'esistenza del male, pensando il non-essere come qualcosa di relativo, minore e inevitabile conseguenza che necessitava dell'essere-bene per esistere, mentre l'essere poteva evitare il non-essere restando Uno e può evitarlo tornando in sé.
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