Caltagirone è un comune di 36.846 abitanti della provincia di Catania. Situato nell'entroterra, è conosciuto per aver dato i natali a Don Luigi Sturzo e al politico Mario Scelba.
Caltagirone è un importante centro agricolo (si annoverano coltivazioni di uva, olive, mandorle, pesche, alberi da sughero) ma è noto soprattutto per la millenaria tradizione della produzione di ceramica. A questo proposito, la città è dotata di un proprio museo specializzato appunto in ceramica, che raccoglie oggetti che coprono l'evoluzione del settore a partire dalla preistoria e dal periodo della Magna Grecia.
La città è ubicata presso la superstrada SS417 che collega Catania con Gela a circa 70 km a sudovest del capoluogo. La città si sviluppa su tre colli adiacenti della catena dei monti Erei e presenta un assetto urbanistico in cui la parte del centro storico, collocata più in alto, è nettamente distinta dalla zona di nuova espansione. Presso la parte nuova si trova una stazione ferroviaria della linea a binario unico Catania - Gela. La precedente linea ferroviaria che collegava il paese con Piazza Armerina (EN) venne disattivata negli anni '60.
I principali punti di interesse del centro storico sono la lunga scalinata della Matrice, in cui ognuna delle 142 alzate è decorata con un differenti piastrelle in ceramica che riprondono gli stili del passato, e il ponte di S.Francesco che collega i due colli su cui si sviluppa il centro storico.
Distrutta quasi completamente nel 1693 dal Terremoto della Val di Noto, Caltagirone venne interamente ricostruita: i principali edifici pubblici sono infatti in stile barocco. La città è inserita tra le città tardo barocche della Val di Noto, che costituiscono uno dei Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO. In tempi recenti vi è stato un rilancio turistico, anche se soprattutto a livello regionale.
La produzione ceramica, sviluppatasi nel corso dei millenni, ha portato ad una fiorente attività che si manifesta nelle innumerevoli botteghe in cui la produzione tradizionale di stoviglie e manufatti vari si va evolvendo sempre più verso forme artistiche decorate a mano. Oltre al vasellame, elementi di spicco nella produzione locale sono le figure in terracotta ed i fischietti. Le figure in terracotta inserite all'interno dei presepi artistici costituiscono uno degli aspetti maggiormente rilevante dal punto di vista artistico: al presepe sono dedicate numerose esposizioni sia permanenti sia temporanee nei mesi di dicembre e gennaio. La città festeggia come patrono San Giacomo ed in occasione della festività, la scala monumentale viene illuminata con un sistema tradizionale di coppi colorati disposti in modo da riprodurre un disegno stilizzato dal notevole effetto scenico.
I primi insediamenti stabili nel territorio dell’odierna Caltagirone risalgono alla preistoria, come testimoniano gli scavi archeologici effettuati in contrada Sant’Ippolito – alle sorgenti del fiume Caltagirone – che hanno portato alla luce i resti di un villaggio neolitico abitato ininterrottamente sino all'arrivo dei Greci.
Poco distante, in contrada Montagna, vi è una grande quantità di sepolcri scavati nella roccia calcarea a partire dalla prima età del bronzo. Meritano particolare attenzione le ricche tombe della struttura a tholos.
Sulle colline che dominano la vallata del fiume Maroglio si trova il grande centro greco di Monte San Mauro con costruzioni in muratura. Gli archeologi, inoltre, hanno trovato tracce della presenza umana in epoca remota nelle Moschitta, Paradiso, Piano dell’Angelo e nella stessa Caltagirone.
Sin dall’antichità fu scelta per la sua posizione privilegiata che le consentiva di controllare e difendere un vasto territorio. Scavi archeologici hanno dimostrato la presenza dei Romani nel territorio.
Durante la dominazione araba fu una delle fortezze più importanti della Sicilia orientale e, come s'è detto, da essi proviene l'attuale nome della cittadina.
Per il fatto che gli abitanti erano specializzati nella lavorazione dell'argilla e, in particolare, di contenitori adatti ad esportare la notevole produzione di miele gli Arabi sembra introducessero nuove tecniche nella lavorazione dell’argilla, dando quindi un importante impulso all’artigianato della ceramica. L’espansione vera e propria dell’abitato e il fiorire della sua economia avvennero durante il periodo normanno.
Nel 1154 Edrisi, il celebre geografo arabo alla corte di Ruggero il Normanno, descrive così Hisn al-Genūn (Castello dei Genovesi): Il castello di Caltagirone sorge imponente sulla vetta di un monte inaccessibile; nel suo territorio si estendono campi coltivati a perdita d’occhio. Questo nome deriva probabilmente dalla presenza di una nutrita colonia di Genovesi giunti intorno al 1040.
La fiorente comunità ligure diede manforte al conte Ruggero contro i musulmani durante l’assedio di Rocca di Judica. Quest’aiuto valse alla città di Caltagirone i possedimenti dei territori di Judica, Fetanasimo, Regalsemi e Camopietro ed è all’origine della ricchezza feudale della città.
Nel XIII secolo Caltagirone partecipò alla rivolta contro gli Angioini nei cosiddetti Vespri Siciliani.
Caltagirone.jpg Fu il nobile Gualtiero di Caltagirone a sollecitare l’avvento di re Pietro d'Aragona nel corso dell’assedio di Messina. Deluso nelle sue aspettative dal nuovo monarca, Gualtiero cospirò contro di lui e fu per questo decapitato in Piazza San Giuliano nel 1283.
In seguito, lo sviluppo dell’artigianato e del commercio legati alla produzione della ceramica consentirono la nascita di una classe di ricchi commercianti che vi si stabilirono provenienti anche da altre parti d’Italia.
Il benessere di cui godette la città è facilmente ravvisabile anche nel centro storico di Caltagirone che presenta edifici sacri e pubblici di pregevole fattura, la cui costruzione e il cui rifacimento fu affidato, com’era in uso, ad abili e famosi architetti ed artisti dell’epoca.
Poco oltre sulla destra, in via Gueli, si può ammirare la casa di uno dei più grandi maiolicari calatini, Benedetto Ventimiglia, con una scenografica balconata ed un bel portale finemente decorato, naturalmente in ceramica settecentesca.
Inoltrandosi nell’attigua via omonima, degna di nota è la chiesa di San Pietro, ricostruita interamente nella seconda metà dell’Ottocento, la cui slanciata facciata di gusto gotico è incassata fra le due torri campanarie simmetriche decorate da tasselli in maiolica a punta di diamante color verde smeraldo della bottega Arcidiacono che la rendono unica nel suo genere; il portale bronzeo è opera di Gaetano Angelico. All’interno sono custoditi dipinti di Giuseppe Vaccaro. È da questa chiesa che la domenica di Pasqua, nelle ore pomeridiane, parte la caratteristica processione denominata 'A Giunta, cioè l’incontro fra Gesù e la Madonna, che ha come protagonista principale una gigantesca statua di San Pietro. I fedeli salutano al grido “Viva Maria” il loro santo che annunzia a Maria la resurrezione di Cristo portato in trionfo. È una delle feste più sentite.
A pochi passi, sulla sinistra, s’incontra il Teatro Politeama, in stile liberty, progettato da Saverio Fragapane. Più avanti, sempre sulla sinistra, si apre Piazza Marconi sulla quale si ergono il recente Monumento a Luigi Sturzo e la chiesa di San Francesco di Paola, con l’annesso ex-convento. La chiesa ha subito numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli; all’interno, caratterizzato da un soffitto a cassettoni, sono custoditi numerosi dipinti fra cui, particolarmente pregevoli, due tele del Vaccaro. All’esterno, sul lato destro, un pannello in ceramica raffigura San Francesco di Paola. Si perviene in breve ad un belvedere detto Tondo Vecchio che s’affaccia su un panorama di monti e vallate. Il belvedere fu costruito nella seconda metà del Settecento da F. Battaglia, quale elemento decorativo del nuovo tracciato viario, progettato per collegare la città all’altopiano di Santa Maria di Gesù.
Proseguendo sulla via Roma si giunge al monumento bronzeo dedicato a Gualtiero da Caltagirone, dello scultore Giacomo Baragli, e ad un piazzale su cui si erge la chiesa di San Francesco d'Assisi all’Immacolata. Edificata nel 1236 da uno dei più devoti seguaci di San Francesco, il Beato Riccardo, fu gravemente danneggiata dal terremoto del 1693 in seguito al quale fu interamente ricostruita in stile barocco. Tuttavia si possono ravvisare qua e là elementi della struttura originaria di stile gotico. La facciata oggi si presenta a due ordini su cui campeggiano sculture riproducente gli elementi della simbologia mariana; al centro la statua dell’Immacolata. Successivamente furono costruiti il campanile e la cupola, rimasta incompiuta. Resti architettonici del XIII secolo sono visibili nella sagrestia, a sinistra dell’abside. Internamente sono custodite numerose tele dei fratelli Vaccaro, una statua lignea di Sant'Antonio del 1677, rivestita in argento, ed un grande pannello in maiolica di Antonio Ragona, raffigurante il presepio con san Francesco.
Tornati sulla via Roma, si giunge in breve ad una delle opere architettoniche più interessanti di Caltagirone, il Ponte di San Francesco, decorato con bellissime ceramiche in rilievo, costruito nella prima metà del Seicento per collegare due delle tre colline su cui sorge la città.
Sulla destra si fa notare il Palazzo Sant’Elia, bell’esempio di dimora signorile. Oltrepassato il ponte, ci si trova in pieno centro storico; subito, sulla sinistra, si staglia la massiccia mole dell’ex Carcere Borbonico, progettato alla fine del Settecento dall’architetto Natale Bonajuto per volere del re Ferdinando, oggi sede del Museo Civico Luigi Sturzo. L’edificio ha un elegante androne e custodisce una preziosa porta bronzea del XVI secolo. Il Museo comprende una sezione archeologica, una pinacoteca ed una raccolta storica d’oggetti ed opere di vario genere e appartenenti ad epoche diverse. Vi si possono ammirare, fra gli altri beni, lo storico fercolo di San Giacomo, pergamene medievali e moderne, una pisside argentea del 1588 ed una pregevole balestra medievale riccamente intagliata.
Sullo stesso piazzale del Museo Civico sorge la chiesa di Sant'Agata, un tempo sede della confraternita dei ceramisti operanti in questo quartiere. L’attuale facciata, sormontata dalle tre arcate decorate in maiolica della cella campanaria, è dovuta al rifacimento settecentesco del Bonajuto.
A pochi passi da qui, la via Roma sfocia nell’antico Piano di San Giuliano (attuale Piazza Umberto I) che in età normanna prese nome dalla chiesa di San Giuliano, oggi cattedrale di Caltagirone. Edificata nel medioevo, la cattedrale fu ampliata modificandone in gran parte la struttura e persino l’orientamento che era originariamente con l’abside ad oriente. Nella prima metà del Seicento, un nuovo progetto, affidato all’architetto messinese Gulli, ne stravolse ancora una volta l’aspetto. Dopo il terremoto del 1693, che causò gravi danni all’edificio, provocando il crollo della cupola e del campanile, la chiesa venne restaurata e più volte rimaneggiata nel corso dei secoli. La facciata oggi presenta un originalissimo stile liberty, assai raro in un edificio sacro, con decorazioni a motivi floreali. I portali laterali, risalenti al Settecento, sono opera del Bonajuto. L’alto campanile, terminante con cuspide maiolicata e munito di un orologio decorato in ceramica, fu costruito nel 1956. L’interno della cattedrale custodisce numerosissime opere, alcune delle quali degne di nota: gli affreschi della volta, realizzati dai Vaccaro, il coro ligneo settecentesco, quattro antichi sarcofagi marmorei, una scultura raffigurante il Cristo morto opera di Giuseppe Vaccaro, un Crocifisso ligneo risalente agli del Cinquecento. Notevole la Cappella del SS. Sacramento per la ricchezza delle decorazioni. Sono visitabili anche il Tesoro della Cattedrale e l’Aula Capitolare.
Sulla Piazza Umberto I s’affacciano anche importanti edifici civili: il Monte delle Prestanze (Monte di Pietà), progettato nella seconda metà del Settecento dal Bonajuto ed oggi sede del Banco di Sicilia, caratterizzato al piano inferiore da esili colonne corinzie su alti plinti che marcano il susseguirsi delle eleganti aperture; il Palazzo Crescimanno d’Albafiorita, sontuosa dimora settecentesca ricca di opere d’arte; il Palazzo Libertini di San Marco, il cui ingresso si trova in via Taranto. Da qui si può compiere una digressione. Discendendo per la gradinata che caratterizza la via Taranto, si giunge nella vecchia Piazza del Mercato, oggi Piazza Innocenzo Marcinnò, da cui si diparte la via Cappuccini, una stretta via medievale in fondo alla quale si erge il Convento dei Cappuccini, costruito con l’adiacente chiesa alla fine del Cinquecento, meta di pellegrinaggi da parte dei devoti di padre Innocenzo Marcinnò. Il convento è l’unico edificio uscito indenne dal terremoto del 1693. Al suo interno, caratterizzato da un chiostro porticato, si possono ammirare una rara copia della Sacra Sindone ed un monumentale presepe ed effettuare la visita della ricca pinacoteca e del museo, ospitante preziose argenterie sei-settecentesche. La chiesa è caratterizzata all’esterno, in stile rinascimentale, dalla pietra bianca dei bei portali e all’interno dal soffitto ligneo a capriate e dal trittico seicentesco di Filippo Paladini, posto all’altare maggiore, al centro del quale è l’enorme dipinto raffigurante la Madonna dell'Odigitria.
Mediante la via Maria Santissima del Ponte, si giunge al Santuario di Santa Maria del Ponte, edificato nella seconda metà del Cinquecento ed interamente ricostruito nel Settecento. Nei pressi si trova una fonte che la tradizione vuole miracolosa in quanto nelle sue acque apparve la Madonna in onore della quale fu eretto il Santuario.
Sulla destra, in via Discesa del Collegio, si può ammirare la chiesa del Gesù o del Collegio, edificata nella seconda metà del Cinquecento. Si presenta con una facciata a due ordini divisi da un largo cornicione. Nell’ordine inferiore, il grande portale, delimitato da due coppie d’esili colonne su alti basamenti, è incorniciato da otto statue di santi entro nicchie. Nell’ordine superiore, ai lati della grande finestra sono poste le statue di San Giuseppe, della Madonna con Bambino e, alle due estremità, dei Santi Pietro e Paolo. All’interno, ad unica navata, si possono ammirare le preziose decorazioni in stucchi e marmi, il soffitto a cassettoni, l’altare barocco con colonne tortili in marmo mischio, il fastoso pulpito in legno intarsiato e le pregevoli cappelle laterali tra cui si segnalano, in particolare, quella della Pietà e quella dedicata a Sant'Ignazio di Lojola, fondatore dell’ordine dei Gesuiti, particolarmente elaborata e riccamente ornata.
Nella vicina via degli Studi si erge il Collegio dei Gesuiti: particolarmente degni di nota i due portali attraverso cui s’accede ai due cortili un tempo non divisi. Si tramanda che il Collegio abbia avuto fra i suoi discepoli anche Umberto Balsamo, conte di Cagliostro.
Nelle immediate vicinanze, in via Discesa Verdumai, dopo pochi gradini s’arriva davanti al Teatro Stabile dell’Opera dei Pupi, fondato nel 1912, che ospita la Mostra-Teatro dei Pupi Siciliani.
Piazza Municipio un tempo era detta della Loggia per la presenza di una grande balconata dalla quale la nobiltà cittadina assisteva alle pubbliche manifestazioni. Sulla piazza s’affacciano alcuni degli edifici storicamente più rilevanti della città: il barocco Palazzo dei principi Interlandi Bellaprima o Palazzo dell’Aquila, oggi sede del Municipio, ridisegnato in linee neoclassiche ed arricchito da uno splendido scalone dell’architetto Nicastro. Girando attorno al palazzo se ne può ammirare il retro in stile liberty; l’ex Palazzo Senatorio, poi trasformato nel Teatro Comunale Garibaldi ed oggi occupato dalla Galleria Luigi Sturzo; il Palazzo Gravina, in stile barocco, sul cui prospetto risalta il bellissimo balcone sostenuto da decorativi mensoloni; la Corte Capitaniale, in origine sede del Capitano di Giustizia, con seicentesche decorazioni dei Gagini alle finestre.
La chiesa di Santa Maria del Monte, l’antica Matrice, risale alla fine del medioevo ma oggi si presenta con l’aspetto conferitole dalla ricostruzione settecentesca. Fu probabilmente costruita utilizzando le pietre dell’antico castello di Caltagirone. Al suo interno sono custoditi un prezioso dipinto del XIII secolo raffigurante la Madonna di Conadomini, sculture cinquecentesche, una statua marmorea gaginesca del Quattrocento raffigurante la Vergine col Bambino ed una pittura lucchese del secolo XIII. La campana d’Altavilla, strappata ai musulmani dalla rocca di Judica al tempo del conte Ruggero, rappresenta ancora oggi il simbolo della memoria storica della città. Nel piazzale antistante la chiesa, alcune rampe di scale portano all’ex Istituto Salesiano di Sant’Agostino, luogo dove sorgeva l’antico castello.
La chiesa di Santa Maria del Monte è uno dei pochi casi di edifici in cui la scalinata che la precede è più apprezzata della chiesa stessa. La scala, vera opera d’arte degli abili ceramisti locali, fu progettata nel Seicento per collegare la città bassa (piano di San Giuliano), e cioè la parte nuova della città, a quella alta, al centro storico, ed è costituita da una serie di centoquarantadue gradini in pietra lavica decorati, nel 1953, da mattonelle in maiolica nei tipici colori della ceramica di Caltagirone, fra cui prevalgono il verde, l’azzurro e il giallo. Ogni gradino è decorato con mattonelle diverse, con motivi geometrici o figure tratte dalla tradizione locale raccolti da Antonino Ragona. L’intera gradinata è suddivisa, per così dire, in settori costituiti da quattordici gradini in cui le decorazioni delle maioliche si richiamano a diversi periodi storici, dal X secolo ai nostri giorni. È un vero spettacolo di colori, ma ancor di più quando, in occasione della festa patronale di san Giacomo, che si svolge in luglio, viene illuminata da migliaia di lanterne di color bianco, rosso e verde disposte in modo da disegnare un’immagine.
Quasi a metà della scala, in via del Carmine, sorge la chiesa del Carmine, su uno spiazzo dal quale si gode una bella vista sui tetti della città.
Alla base della scala, sulla sinistra, si trova la chiesa di San Giuseppe dalla caratteristica pianta centrica non comune nell’architettura siciliana.
Effettuando una digressione sulla medievale via San Bonaventura si possono osservare i palazzi gentilizi Spadaro e Secusio. In fondo vi è la chiesa di San Bonaventura, eretta nel 1624, affrescata da Pietro Paolo Vasta ed ornata da pregevoli maioliche.
Nell’antico quartiere della Matrice il punto più panoramico è il piazzale che si apre a partire dalla via Sant’Agostino, nei pressi della quale si trova la chiesa di San Nicola, esistente già nell’XI secolo, che ha subito nel tempo numerose modifiche e parziali ricostruzioni. Il bel campanile è del Maruviglia. La chiesa ospita il Museo Etnologico Siciliano, una raccolta d’oggetti della civiltà rurale che prevalentemente risalgono al periodo fra Ottocento e Novecento.
Da qui, percorrendo la via San Gregorio, si giunge ad una delle istituzioni più importanti della città, l’Istituto d’Arte per la Ceramica, fondato nel 1928 con lo scopo di contribuire all’incremento ed al perfezionamento dell’arte dei vasai ceramisti. L’Istituto accoglie, inoltre, un museo ed una biblioteca, che dispongono di una raccolta di ceramiche rare e di libri di grande valore documentario. Vi si trovano esposti anche i migliori lavori realizzati dagli allievi dagli anni cinquanta ad oggi.
Accanto all’istituto si può ammirare la Torre di San Gregorio, un tempo campanile del monastero delle benedettine. L’ex Monastero e la Torre ospitano dal 1997 una mostra naturalistica permanente. L’esposizione accoglie reperti provenienti da varie zone della Sicilia ed in particolare dal territorio di Caltagirone. Il comprensorio è presentato in tutti i suoi aspetti, da quello geografico e geologico a quello biologico. Vi è la possibilità, per i gruppi e le scolaresche, d’assistere alla proiezione di audiovisivi e di svolgere attività didattica con materiali geologici e biologici predisposti allo scopo. Attraverso immagini, schemi, cartografie, pannelli e bacheche interattive si passa dai pesci fossili ai minerali. Completano la mostra un vasto erbario e cinque bacheche con animali tipici dell’ambiente.
Se, partendo da Piazza Municipio, si imbocca invece la via Luigi Sturzo, una delle più importanti della città, si entra nel quartiere San Giorgio. Subito, sulla destra, s’incontra la chiesa del Purgatorio, il cui aspetto attuale si deve alla ricostruzione settecentesca e al cui interno si possono ammirare numerosi dipinti di pregevole fattura, realizzati dai fratelli Vaccaro.
A fianco di codesta chiesa, si trova la settecentesca chiesa di Santa Chiara, opera dell’architetto Rosario Gagliardi, caratterizzata dalla pianta ellittica ed arricchita da un bel pavimento mailiocato.
Sul successivo tratto di via Sturzo s’affacciano numerosi edifici prestigiosi, fra i più notevoli Palazzo Aprile di Cimia e Palazzo Longobardi. Poco più avanti, proseguendo sulla medesima via, si trova Palazzo Vella o Magnolia, in stile liberty, caratteristico per la sua facciata in terracotta.
A pochi passi si pare il largo San Domenico dove sorgono, l’una di fronte all’altra, la chiesa di San Domenico e la chiesa del SS. Salvatore. La prima, attualmente adibita ad auditorium musicale, è stata eretta nell’Ottocento ed è caratterizzata da due campanili gemelli che affiancano il timpano di coronamento. La seconda, anch’essa ottocentesca, conserva una Madonna cinquecentesca di Antonello Gagini e la tomba di don Luigi Sturzo.
Più avanti, sulla sinistra, si erge l’ex Ospedale delle Donne, dal prospetto rinascimentale, disegnato dal Nicastro, decorato da medaglioni di terracotta in rilievo realizzati intorno alla metà dell’Ottocento dallo scultore S. Failla. Oggi è sede della Galleria Civica d’Arte Contemporanea, istituita nel 1996, che ospita una collezione permanente di opere dello scultore Ballarò ed un’esposizione antologica di opere d’artisti contemporanei, acquisite dalle Rassegne Nazionali della Ceramica a partire dagli anni ottanta, con una particolare attenzione alla produzione ceramica, con l’intento di creare un legame di continuità con questa secolare tradizione. La Galleria possiede una ricca biblioteca specialistica ed un archivio documentario e fotografico.
In fondo alla via Sturzo si apre il largo San Giorgio dove sorge l’omonima chiesa. Della struttura originaria, risalente – secondo la tradizione – all'XI secolo ed attribuita ai Genovesi che in quel tempo si trovavano in città, sono visibili nell’attuale edificio alcune feritoie e il portale; da notare la bella torre campanaria coronata da merli. All’interno è conservato il Mistero della Trinità, dipinto fiammingo attribuito a Roger van der Weyden. Nel medesimo quartiere si trova la casa natale di don Luigi Sturzo, all’incrocio delle vie Edera e Santa Sofia.
Sempre da Piazza Municipio, il salotto della città, attraverso la via Vittorio Emanuele ci si può dirigere verso la Basilica di San Giacomo. È la via demandata al passeggio serale. Lungo il percorso, tanti negozi per lo shopping e i bar e le gelaterie per una sosta.
Sulla sinistra s’incontrano una mostra permanente della ceramica ed un Presepe monumentale di 200 mq, il più grande d’Italia, che è animato da speciali effetti visivi e sonori e dotato di oltre cento figurine in terracotta colorata che riproducono scene di vita quotidiana.
Sul lato opposto della strada si erge Palazzo Grifeo, un tempo radenza dei conti.
Pochi metri dopo, sulla sinistra si può ammirare il Palazzo delle Poste, pregevole edificio del XX secolo in stile liberty, opera di Saverio Fragapane.
Proseguendo, sullo stesso lato s’incontrano le ceramiche d’arte Lucidi e, più avanti, lo studio d’arte di Salvatore Raimondo.
Giunti in fondo alla via, sulla destra sorge la Basilica di San Giacomo, edificata in età normanna per volere del conte Ruggero e ricostruita dopo il terremoto del 1693 dall’architetto agrigentino Simeone Mancuso sulla pianta originaria. Sulla facciata si mettono in evidenza massicce colonne marmoree. Al suo interno sono custoditi opere dei Gagini come il portale del Reliquiere nella navata di sinistra, l’arco della Cappella del Sacramento e l’arca argentea delle reliquie di San Giacomo. Sin dal 1518, in occasione della festa patronale, nel piazzale antistante la Basilica si svolgeva una grande fiera dove venivano esposte le più svariate mercanzie, fra cui i caratteristici fischietti in terracotta.
Nella vicina via Principe Umberto si trova la chiesa di Sant’Anna alla quale, pur essendo di recente costruzione, vale la pena di volgere lo sguardo per lo scenografico portico ad arcate che si sviluppa su tre lati.
Interessanti sono anche la chiesa della Sacra Famiglia – di costruzione moderna, ma interessante dal punto di vista architettonico per la pianta ottagonale – e il grande e funzionale Stadio polisportivo, entrambi in via Madonna della Via.
Cuore della nuova zona è il viale Milazzo, pullulante di negozi e d’attività commerciali.
Proseguendo da via principe Umberto per la via Santa Maria del Gesù, s’incontra, preceduta da una scalinata, la chiesa di Santa Maria del Gesù con l’attiguo convento, oggi purtroppo inserito in un contesto moderno che non contribuisce a metterla in risalto. La chiesa, cui s’accede tramite un delizioso chiostro verdeggiante, fu edificata nel Quattrocento e ricostruita dal Bonajuto. Presenta una semplice facciata dal campanile seicentesco terminante con una guglia decorata in ceramica. È custodita all’interno la preziosa statua raffigurante la Madonna della Catena realizzata da Antonello Gagini. Il convento, nonostante i numerosi ed evidenti rifacimenti, presenta ancora un bel portale gotico che porta la data 1422. Nei pressi della chiesa si trova la compatta costruzione dell’Educando San Luigi, costruito nel 1861 ed oggi sede della Biblioteca comunale e dell’Archivio di Stato, che si fa notare più che per il suo esterno, dal semplice prospetto lineare, per l’atrio interno da cui, attraverso le arcate, s’accede al giardino posteriore.
Lungo la stessa via, e sul suo prolungamento, si possono osservare numerosi esempi di dimore nobiliari del XVIII e XIX secolo, tra le quali meritano d’essere menzionate Villa Patti, dal prospetto in stile gotico veneziano con piccolo portico ad arcate, dotata di un grande parco visitabile, Villa Motta, Villa Divisa, Villa Spataro e Villa Gravina.
Ad ovest della città, sull’antica strada per Gela, sorgeva, prima del terremoto del 1693, una chiesetta dedicata alla Madonna del Soccorso. Sotto le sue macerie venne ritrovato un crocifisso dipinto su pietra. Sul luogo del ritrovamento, alla fine del Settecento, fu costruita una chiesa progettata dal Bonajuto, in cui si venera la sacra immagine. In seguito il Santuario del SS. Crocifisso s’arricchì di nuove strutture, anche per poter accogliere i numerosi devoti che vi si recano per ottenere grazie e miracoli. Lungo la strada che porta al Santuario si possono notare i misteri del Santo Rosario e le stazioni della Via Crucis su pannelli in maiolica.
A pochi chilometri da Santo Pietro, nel vicino feudo di Terrana, sorgeva un tempo l’importante Abbazia cistercense di Santa Maria di Terrana di cui oggi rimane parte di una chiesetta, edificata nel XIII secolo, con resti d’affreschi quattrocenteschi. Sulla facciata si mette in chiara evidenza il bel portale principale con i due mascheroni. All’interno, a fianco dell’abside, una porticina, sormontata da un arco ogivale, permette l’accesso al campanile.
La prima testimonianza storica del bosco risale al 1160, quando il re normanno Ruggero d’Altavilla lo concesse ai calatini, insieme alla Baronia di Fetanasimo, quale ricompensa per l’aiuto prestatogli contro i Saraceni. A quell’epoca la sua estensione era di ben 30.000 ettari.
La massiccia presenza dell’uomo nel corso dei secoli ha sconvolto la fisionomia originaria della zona. Tuttavia in alcune località, come Fontana del Cacciatore, Fontana Molara Cava Cannizzolo e Dongiovanni, la densità della vegetazione è tale da far rivivere nel visitatore il fascino dell’antica foresta.
Oggi il bosco di Santo Pietro supera di poco i 2.000 ettari. Originariamente s’estendeva lungo tutta la fascia sud-orientale della Sicilia, dall’entroterra calatino sino alle zone costiere della città di Gela e Scoglitti. I ripetuti incendi, la carenza di manutenzione, i pascoli abusivi e la caccia di frodo hanno peggiorato la situazione.
Nel 2000 è stata istituita la Riserva Naturale Orientata allo scopo d’arginare il degrado ed invertire la tendenza.
L’associazione Il Ramarro svolge nella zona il preciso ruolo di presenza e d’intervento per la salvaguardia del territorio. Tante le iniziative: prevenzione antincendio, pulizia del bosco, rimboschimenti, corsi di Protezione Civile, varie attività culturali tra cui la creazione di un centro di studio e didattica ambientale, l’organizzazione dei Campi internazionali del sole cocente che ogni anno a luglio radunano giovani europei per un’esperienza di studio di temi ambientali e di tutela del bosco mediante la prevenzione degli incendi.
È sicuramente da visitare il Museo della Macchia Mediterranea, all’interno di un vecchio fabbricato recentemente ristrutturato. Nelle vicinanze di Piano Renelle vi è la chiesa di Santa Maria dell’Idra, una piccola chiesetta che invita alla meditazione.
Il clima mite, certamente, consente escursioni durante tutto l’anno, ma le stagioni ideali sono la primavera e l’autunno, la prima per la fioritura, la seconda per gli splendidi colori del bosco.
Si parte dal bosco di Santo Pietro e, dopo aver attraversato le zone interessate da un rimboschimento a pino ed eucalipto, si giunge alle due aree più belle del bosco: le vallette dette fontana del Cacciatore e della Molara. Ivi si percorre una specie d’anello all’interno del quale si può ammirare quello che rimane della sugherata della Molara.
Sono, invece, oltre 300 le specie vegetali di cui è particolarmente ricco il sottobosco. Nel patrimonio verde di Santo Pietro sono riconoscibili tre habitat principali: la sugherata, la lecceta e la gariga.
Le monumentali sughere del bosco, descritte con ammirazione dai cronisti del passato, sono oggi in gran parte scomparse. Un recente censimento, effettuato dal Fondo Siciliano per la Natura, ha attestato la presenza di circa cinquanta sughere e di alcuni carrubi di oltre tre metri di circonferenza. Nella contrada Molara, ancora oggi fa bella mostra di sé un esemplare di Quercus suber che raggiunge i 6,2 metri.
Il bosco di lecci (“Quercus ilex”) s’estende per alcune decine di ettari nelle contrade Molara, Coste Stella, Coste Chiazzina e Vaccarizzo. Rispetto alla sugherata la densità maggiore e più omogenea.
Nella gariga si trovano formazioni arbustive estese in particolare nelle contrade Molara, Spina Santa e Cava Imboscata. Qui le specie dominanti sono il rosmarino (Rosmarinus officinalis), il timo (Thymus capitatus), l’erica (Erica multiflora) e il lentisco (Pistacia lentiscus).
Durante le passeggiate nel bosco sovente s’incontrano istrici, lepri, conigli selvatici e donnole. Risultano presenti anche il gatto selvatico e la volpe. Fra gli uccelli si possono osservare novantasei specie diverse fra cui la cincia, l’occhiocotto, la ghiandaia, ma anche alcune specie rare quali il picchio rosso maggiore, il pendolino e il gheppio, chiamato in dialetto “muschittu”.
Si tratta di un originale edificio il cui ingresso è preceduto da un armonico portico ad arcate sostenute da pilastri e colonne. Il Museo espone una preziosissima collezione di ceramiche e maioliche, circa duemilacinquecento reperti, che forniscono al visitatore una visione della storia di questo tipo di manufatto e dell’evoluzione di quest’arte. È secondo solo al Museo di Faenza per quanto riguarda la documentazione dell’arte ceramica.
Il Museo s’articola in sette sezioni:
Ogni ulteriore approfondimento è assicurato dal servizio didattico del museo, dotato d’apparecchiature audiovisive e multimediali.
Oggi si deve proprio a questo museo la possibilità di seguire, parallelamente alle conoscenze storiche, il processo evolutivo dei manufatti ceramici, non solo caltagironesi ma dell’intera isola.
Nei dati archeologici acquisiti nelle campagne di scavi condotti dall’Orsi nel suolo caltagironese, trova conferma quanto incidentalmente scrisse il gesuita Giampaolo Chiarandà nella sua storia della città di Piazza Armerina. Lo scrittore, infatti, già ammetteva che l’arte della ceramica ivi fosse stata anteriore alla venuta degli Arabi e che dall’arte ceramica ivi esercitata “da molti vasai”. A questa denominazione si sarebbe poi sovrapposta quella addolcita di “Calat-al-Genun” che significherebbe “Rocca dei Genovesi”. Quest’ultimo cambiamento sarebbe avvenuto allorché i Genovesi, al tempo dell’infelice spedizione di Maniace, che data verso il 1030, si ritirarono e si fortificarono nella cittadina musulmana, rimanendovi.
Non è quindi nuova, né infondata, la comune affermazione che i ceramisti arabi, sin dall’827, a seguito della conquista musulmana dell’isola, si siano tosto stabiliti in questo centro ed abbiano dato impulso all’arte ceramica, facendovi brillare i procedimenti tecnici da loro portati dall’Oriente. Ci si riferisce, in particolare, all’invetriatura che soppianta in Occidente ogni residua tecnica ereditata dal mondo classico.
Le ragioni per cui la ceramica caltagironese ebbe nel medioevo notevole impulso sono da ricercare non solo nella buona qualità delle argilla, di cui abbonda la città e su cui essa stessa è assisa, ma anche nei vicini ed immensi boschi che da una parte alimentavano e favorivano l’enorme sviluppo dell’industria del miele, con la conseguente richiesta di recipienti per la conservazione, e dall’altra fornivano inesauribilmente la legna per la cottura dei manufatti nei forni ai numerosi ceramisti del luogo. Le quartare caltagironesi per contenere il miele erano note ovunque, al pari dell’industria del miele di cui parla il geografo arabo Edrisi. Esse sono note anche negli inventari di beni lasciati in eredità, come quello del 1596 di D. Matteo Calascibetta, Barone di Costumino, abitante nella città di Piazza.
Che, nel medioevo, a Caltagirone il numero degli artigiani dediti all’industria del vasellame invetriato fosse rilevante è confermato dalla notizia fornitaci dal P. Francesco Aprile di fornaci sepolte da una frana nel 1346 sul fianco occidentale del castello e dell’esistenza, ai primi del Cinquecento, di un intero rione di maiolicari – distinto da quello dei comuni vasai – a fianco della chiesa di San Giuliano e precisamente dove nel 1576 sorse la chiesa di Sant’Agata. Ivi la maestranza, abbandonata la lontana cappella della Madonna del Salterio o del Rosario nella Chiesa Madre, si raccolse prima di passare, nel secolo XVII, alla confraternita dell’Immacolata, nel vicino convento di San Francesco d’Assisi dei PP. Conventuali. Si sa altresì che questa maestranza, fiera dell’arte che esercitava, offriva al protettore della città, San Giacomo, dei paliotti d’altare fregiati di uno stemma che rappresentava un vasaio al tornio.
Sebbene molti siano i nomi di ceramisti del Cinquecento che si rilevano dai documenti scritti, e principalmente dai Riveli che c’indicano oltre cento officine di maiolicari attive, a causa dell’immane cataclisma del 1693, che sconvolse tutte le città della Sicilia orientale, pochissime sono le opere superstiti e soltanto il frammento di un bacile d’acquasantiera, conservato nel Museo Civico di Piazza Armerina, ci dà il nome dell’autore nella scritta che in esso si legge: “la foti la fichi m. joanelu di maulichi”, vale a dire “la fonte la fece maestro Jovannello Maurici”. Questi apparteneva ad una grande famiglia di maiolicari che verso la fine del Cinquecento s’estese nella lontana Burgio, nell’agrigentino, propagandovi l’arte della maiolica attraverso Matteo Maurici, nipote di Joannello, seguito da un nutrito gruppo di altri maiolicari caltagironesi, fra cui Pietro e Francesco Gangarella, Giacomo Sperlinga, Antonio Merlo, Giuseppe Savia, Bartolomeo Dandone.
Del Seicento si può dire altrettanto. Infatti, eccetto i significativi frammenti di pavimento datati 1621, opera di maestro Francesco Ragusa, e quelli dell’altro impiantito della seconda metà dello stesso secolo, del maestro Luciano Scarfia, rispettivamente conservati nelle chiese di Santa Maria di Gesù e dei Cappuccini (ed oggi al Museo Statale della Ceramica), il resto fu travolto dal terremoto dell’11 gennaio 1693, che cancellò nella parte orientale dell’isola quasi ogni traccia dell’attività plurisecolare delle officine ceramistiche caltagironesi.
Con l’avvento del nuovo secolo si ebbero palesi segni di ripresa anche per l’arte ceramica, che rifiorì sotto nuovi indirizzi artistici. Vennero fuori nel 1700 gli ornati a motivi floreali, a grandi volute e a disegni continuativi. Escono in questo secolo dalle fornaci caltagironesi vasi con ornati a rilievo e dipinti, acquasantiere, lavabi, paliotti d’altare, statuette, decorazioni architettonici di prospettici chiese, di campanili e di case private, pavimenti con ornati a grandi disegni. Sono i Polizzi, i Dragotta, i Branciforti, i Bertolone, i Blandini, i Ventimiglia, i Capoccia, i Di Bartolo e tanti altri maestri che fanno splendere con la loro superba arte plastica e pittorica in ogni angolo di casa e di chiesa di Sicilia la maiolica caltagironese. È Angelo o Michelangelo Mirasole, nativo d’Aragona (in provincia d’Agrigento) che, imparentato coi Lo Nobile, valenti ceramisti caltagironesi, realizza statue, mezzi busti e rivestimenti in maiolica come quello del Teatrino, ove collaborò pure il maiolicaro Ignazio Capoccia, autore dei più vasti pavimenti settecenteschi caltagironesi a grande disegno. È Giacomo Bongiovanni (la cui nonna era sorella di Francesco ed Antonino Bertolone, abili maiolicari e plasticatori) che, tra la fine del secolo ed i primi del decenni del nuovo, ispirandosi alle opere del trapanese Giovanni Matera, anime le sue figurine di terracotta di pulsante vita paesana, seguito nell’arte dal valente nipote Giuseppe Vaccaro. Sulla scia di questi maestri altri s’incamminarono dando all’arte delle figurine notevole impulso artistico e grande notorietà anche lontano. Basta citare Francesco Bonanno il quale, oltre che all’arte del Bngiovanni, s’ispirò alle incisioni di Bartolomeo Pinelli, specie in quelle scene che ritraggono soggetti di briganti.
Ben presto segue a tanto fervore di qualificata attività artistica la parabola discendente. L’Ottocento, con l’uso del cemento nei pavimenti, col dilagare di terraglie continentali sul mercato isolano, frutto di produzione seriale dovuta al progresso delle macchine, dà un fatale colpo alla ceramica caltagironese che continua a dibattersi fra gli antichi procedimenti tradizionali di vetuste botteghe prettamente artigianali.
In questo decadere si ergono più alti i nomi di Giuseppe Di Bartolo, ceramista pittore e plasticatore, e d’Enrico Vella, abilissimo modellatore e progettista che, assieme a Gioacchino Ali, fecero assurgere a grande dignità la decorazione architettonica in terracotta, lasciando eccellenti esempi che ornano oggi la città, come pure nel monumentale cimitero, opera dell’architetto G. B. Nicastro. Furono questi maestri gli ultimi bagliori della ceramica caltagironese. Dopo la loro scomparsa, Caltagirone avrebbe cessato di essere annoverata fra le città produttrici di maioliche e terrecotte se, per merito di don Luigi Sturzo, non fosse sorta una Scuola di Ceramica che, innestata sulla vecchia tradizione ceramista, la continuò aggiornandola ai tempi. Don Luigi Sturzo, raccolti gli ultimi rappresentanti di quella morente tradizione, fra cui il ceramista Gesualdo Di Bartolo, il figurinaio Giacomo Vaccaro ed il plasticatore Giuseppe Nicastro, aprì nel 1918, lottando contro remore ed incomprensioni, la Scuola di Ceramica, oggi divenuto Istituto Statale d’Arte per la Ceramica.
Ad essa fanno capo le forze più rappresentative della rinnovellata arte locale che ha dato fulgidi esempi di vitalità in realizzazioni di vasta portata, come quella del rivestimento maiolicato della monumentale Scalinata di Maria SS. del Monte in Caltagirone che ha visto impegnati nell’esecuzione valenti allievi dell’Istituto come Gesualdo Acquei, Nicolò Porcelli e Francesco Judici. Filiazione diretta dell’Istituto può a ragione considerarsi il Museo Regionale della Ceramica che, con un’eccezionale documentazione di cimeli ceramici d’ogni tempo, presenta ai visitatori un ampio quadro dello sviluppo plurisecolare della ceramica non solo caltagironese ma dell’intera isola. Fra i cimeli di cui è stato possibile dotare il Museo, meritano particolare attenzione le documentazioni ceramiche medievali, araba, normanna, sveva, aragonese e la ricchissima serie di mattonelle cinquecentesche e settecentesche raccolte nel rifacimento di pavimenti di chiese dopo i disastri dell’ultima guerra. A questo Museo (che, dopo i rivolgimenti subiti, è auspicabile che ritorni all’originario ordinamento e istituzionale funzione), come ad una limpida fonte, potranno attingere inesauribile linfa gli artigiani della ceramica che sotto l’incessante stimolo della richiesta vogliono richiamarsi alle glorie del passato e trovare novelle ispirazioni senza perdere di mira lo spirito della tradizione.
È preliminarmente opportuno dire che le lucerne furono comuni e indispensabili oggetti casalinghi fino a quando l’olio costituì il principale combustibile per far luce nelle abitazioni. Fino a tutto il secolo XIX, le lucerne ad olio furono presenti in ogni casa accanto ai candelieri alimentati da candele di cera o di sego; la loro produzione declinò con la comparsa del lume a petrolio e cessò del tutto con l’avvento della luce elettrica.
Nelle campagne, però, l’uso delle lucerne ad olio si protrasse a lungo. Nei palmenti e nei trappeti, esse erano preferite ai lumi a petrolio per il rischio di travaso di combustibile che l’impiego di questi ultimi comportava durante le operazioni di pigiatura e di torchiatura.
Ordinariamente, nelle case signorili le lucerne erano di bronzo o di rame su alto piede, mentre nelle case povere erano solitamente di ceramica o, più spesso, di terracotta. La foggia più comune e diffusa delle lucerne in terracotta era quella di una piccola vaschetta circolare col beccuccio all’orlo.
Nel medioevo avvenne una prima trasformazione: alla vaschetta fu applicato un alto supporto, pur esso ricavato al tornio; ciò consentiva di tenere ben sollevata la fiammella e, al tempo stesso, dava posto nel fusto ad un’agevole presa, a mezzo di un’ansa, per il trasporto da un punto all’altro della casa. Tale struttura rimase invariata nel tempo, soprattutto nelle fabbriche della Sicilia occidentale, quali Palermo, Sciacca e Trapani.
Una struttura assai diversa ebbero le lucerne in maiolica del secolo XVI nella Sicilia orientale, particolarmente nelle fabbriche di Caltagirone. Ivi la decorazione plastica, rifacendosi alla vecchia tradizione siceliota, s’aggiunge alla tornitura integrandola ed arricchendola. Vennero così fuori le lucerne antropomorfe.
L’idea della figurina-lucerna, come pare, nacque dalla lucerna medievale rialzata su alto piede e con gli occhi accennati in pittura sui due risvolti ai fianchi del beccuccio della vaschetta. Indubbiamente dovette pure concorrere l’interesse del ceramista a studiare come impreziosire e far entrare negli ambienti signorili la ceramica, ritenuta materiale povero e solitamente poco accetto nelle case signorili ove, come già detto, avevano accesso solo lucerne in bronzo o in rame. La decorazione plastica attraverso eleganti figurine muliebri fu invero valido veicolo per il passaggio delle lucerne in ceramica dalle classi povere a quelle abbienti, dalle dimesse abitazioni ai salotti.
Le figurine-lucerne cinquecentesche in maiolica, rappresentanti esclusivamente nobildonne in pose da matrona, con un braccio al fianco e l’altro alla cintura, riccamente ornate di collane e diademi, sono sostanzialmente degli eleganti contenitori d’olio, atti a sostituire in pieno e con più autonomia di combustibile le lucerne metalliche. Infatti, nel loro corpo a mo’ di bottiglia troncoconica, originariamente ricavato al tornio e poi, in seguito alla modellatura frontale, a calco ma sempre lasciato internamente vuoto, era immerso un lungo lucignolo che usciva esternamente a tergo del diadema frontale. Per la capienza, la figurina-lucerna poteva far luce a lungo, ma per il peso era fastidiosa nel trasloco, e richiedeva notevole quantità d’olio quando era necessaria la presenza simultanea di più lucerne; inoltre ne era difficile e fastidiosa l’alimentazione, dovendosi rifornire d’olio attraverso il medesimo foro abbastanza stretto da cui passava il lucignolo.
Tale tipo di lucerna a stampo ebbe seguito per tutto il secolo XVII e dovette convivere nei salotti coi candelieri, decorati in maiolica ad uno o più bracci. Esemplari di questa figurina-lucerna, ma in semplice terracotta, provengono anche da Siracusa, il che denota la diffusione dell’oggetto e l’imitazione che se ne fece fuori, sia pure senza il rivestimento maiolicato.
Nel Settecento la figurina-lucerna subisce una notevole modifica che da una parte la riporta alle origini, cioè alla tornitura della forma e alla modellatura diretta, senza uso di calchi, rendendola genuina e fresca nei colori e nella forma, dall’altra la rende più agevole al trasloco e, al tempo stesso, più economica nell’utilizzo. Scompare, infatti, il pesante e capiente serbatoio e viene usata per contenere l’olio solo una piccola vaschetta ricavata nella testina della figurina. Detta figurina, ora vuota e senza fondo, ha alla base, esternamente, un bordo rialzato per l’eventuale raccolta d’olio eccedente o straripante dall’alto. Risulta qui evidente come con poco olio si potessero tener accese contemporaneamente tante lucerne. Va da sé che, non limitandosi la produzione nel Settecento all’unico soggetto cinquecentesco cioè alla damina, non fu difficile al maiolicaro caltagironesi, versato com’era per tradizione alla decorazione plastica, ampliare il repertorio dei soggetti trattati nelle lucerne. Si ebbero così non solo damine riccamente agghindate, ma gentiluomini con tube, monaci, preti, briganti, personaggi storici, tipi caratteristici, gendarmi e tanti altri soggetti tratti dall’ambiente nostrano e dalla vita comune. La ricca policromia usata sui luccicanti smalti consentì a questi soggetti d’entrare nelle case nobiliari e nei salotti, sostituendo pienamente le lucerne metalliche che al confronto, anche se più costose, si presentavano cromaticamente monotone e decorativamente squallide. Inoltre, la presenza di più lucerne d’altezza pressoché uguale (25 cm circa) ma di soggetto diverso e di colori vari costituiva invero una festa negli ambienti signorili ma anche e soprattutto nelle modeste abitazioni. L’uso di queste lucerne con i più svariati soggetti si diffuse ben presto in tutta l’isola e si ebbero, con qualche modifica e variazione, delle imitazioni soprattutto a Collesano. Tuttavia, ivi le lucerne antropomorfe furono prodotte solo invetriate in monocromia, verde ramina o manganese, e forse per questo non ebbero la diffusione delle lucerne caltagironesi.
Il periodo più fiorente per la produzione di lucerne antropomorfe fu l’Ottocento, secolo in cui operò un abilissimo stovigliaio, inesauribile creatore di caratteristici tipi che ebbero larga richiesta nei mercati della Sicilia orientale: Giacomo Failla.
La moda delle lucerne antropomorfe nell’Ottocento non solo varcò la soglia dei palazzi nobiliari e v’arredò tavoli, angoliere, comò e pianoforti, ma penetrò anche con soggetti appropriati nei conventi e nei monasteri. La richiesta di questi aggraziati oggetti si moltiplicò. Si plasmarono lucerne ad uno o più soggetti raffiguranti personaggi storici. Nelle case signorili gli antiquari hanno trovato, portato via e disperso intere collezioni di lucerne che oggi potrebbero arricchire prestigiosamente intere vetrine di pubblici musei. È motivo difficile conoscere oggi l’intera serie dei soggetti delle figurine-lucerne prodotte dall’artigianato caltagironese. La più comune, e forse la più ricercata, lucerna antropomorfa è era la damina con ventaglio e la veste a campana tutta merlettata a zone, che nel Settecento e nell’Ottocento sostituisce l’austera matrona del Cinquecento e del Seicento. A differenza di questa, decorata in blu con qualche tocco di giallo, quella settecentesca colpisce per la vivace policromia e costituisce uno dei più caratteristici e tipici oggetti usciti dalle mani del maiolicaro caltagironese. È forse questo che pur oggi, anche se ha perduto la sua funzione pratica, se ne fa larga richiesta, per cui non pochi ceramisti caltagironesi la includono fra i principali oggetti del loro repertorio produttivo.
Il più antico strumento a fiato può considerarsi lo zufolo. Esso, oltre che di canna e di legno, può essere formato da un piccolo cilindro d’argilla ove sono praticati diversi fori ad intervalli. Soffiandovi nell’imboccatura, l’aria esce dai fori, modulata dalle dita che li otturano alternativamente. Solitamente viene attribuita al fischietto un’origine magico-rituale, ma in realtà non è nient’altro che un rudimentale strumento sonoro che dovette servire per vari usi e certamente anche per quello di cui sopra.
L’uomo primitivo se ne servì fin dalla sua invenzione per pratiche utilitarie e rituali, ma soprattutto per la sua sopravvivenza, quale strumento di segnalazione e d’avvertimento attraverso le variazioni del suo linguaggio sonoro.
La presenza d’altri individui, d’animali feroci, l’imminenza d’incendi e di tempeste potevano essere comunicate attraverso segnali sonori dati con i fischi.
Anche oggi con i fischi si richiama l’attenzione degli uomini e degli animali e si dimostra il dissenso.
Non va dimenticato che a Caltagirone si usava segnalare nel bosco il luogo di riunione per fare legna col suono della brogna, una grossa conchiglia in cui si soffiava dentro attraverso un beccuccio in essa collocato. Questo avveniva per la festa della Madonna dei Conadomini, quando i devoti, indirizzandosi verso il suono della brogna, trovavano facile di notte riunirsi in mezzo al bosco di Santo Pietro, nel posto stabilito per far legna da portare l’indomani in processione nella Chiesa Madre caltagironese.
Come documentazione di remoto uso dei fischietti, si può indicare un caratteristico oggetto preistorico che si trova nel locale Museo della Ceramica e che non era stato affatto capito prima dei un intervento di restauro. Esso è composto da due vasetti d’argilla nerastra con decorazione graffita lineare, saldati insieme alle pance e comunicanti attraverso numerosi fori praticati nella stessa giuntura. Nel centro, esternamente comunicante con i due vasetti, è applicato un beccuccio che doveva servire per immettervi aria soffiandovi. Evidentemente nei due vasetti riempiti d’acqua, l’immissione d’aria attraverso il beccuccio doveva determinare un caratteristico gorgoglio, che probabilmente serviva per la caccia in mezzo ai boschi come richiamo per gli uccelli ed altri animali. Da questo strumento può ritenersi generato “u riscignolu”, cioè quel fischietto ad acqua tanto diffuso e tanto caro anche oggi ai bambini.
Certamente fu la scoperta d’altri oggetti più evoluti e sofisticati che lasciò il fischietto di terra nell’ambito dell’interesse puerile e al rango d’oggetto rustico destinato esclusivamente al trastullo dei bambini. Un tempo, i bambini nei giochi, simulando processioni e feste, si divertivano a suonare i fischietti per le strade e i vicoli, innervosendo glia animali da soma aggiogati ai carri ed anche i vecchietti che fuori della porta di casa si scaldavano al sole. Si ricordano ancora gli assordanti fischi dei fischietti di terra in mano ai ragazzi per la festa della Madonna dei Miracoli, dei Cappuccini e del Ponte nelle rispettive ricorrenze annuali.
A Caltagirone, le più antiche acquasantiere maiolicate di cui si ha conoscenza sono del tardo Cinquecento e trattasi per lo più di frammenti recuperati in scavi casuali. Esse sono assai semplici, con bacinella emisferica decorata a squame e toccata in blu cinereo su fondo bianco smalto. Probabilmente nella parte frontale dell’edicola si era soliti dipingere teste di cherubini o la croce, oppure qualche simbolo mariano. Forse più frequentemente l’edicola era lasciata libera per apporvi qualche immaginetta di devozione di cui, però, manca la documentazione. Più circostanziati sono i soggetti che si riscontrano nelle acquasantiere secentesche. Perlopiù vi figurano i santi protettori dei luoghi ove esse si producevano o si smerciavano. Le immagini entro l’edicola, spesso formata da colonnine archivolto e timpano, sono a rilievo e quasi sempre in unica tinta, in scuro manganese.
La forma è nel suo insieme abbastanza vistosa. La bacinella, situata nella parte inferiore, si presenta come una coppa tornita e sagomata assai sporgente. Non mancano acquasantiere di proporzioni più grandi delle normali, ma sempre realizzate in monocromia in scuro manganese spesso iridescente.
Nel Settecento l’acquasantiera raggiunse il suo massimo sviluppo artistico, attraverso elementi modellati e dipinti in monocromia o in squillante policromia. I santi devozionali che più vi si riscontrano sono la Vergine, Sant’Antonio di Padova, San Giacomo Maggiore, il Bambino Gesù, San Giovanni di Dio, il volto di Cristo, San Francesco di Paola, l’Angelo custode; non mancano simboli mariani e francescani. Fin dal tardo Seicento, da quando fu fondata la confraternita dell’Immacolata Concezione nell’Oratorio dei PP. Conventuali di San Francesco, a Caltagirone si ha una forte crescita devozionale nei confronti della Madonna, che si esprime anche negli oggetti d’uso comune prodotti dalla maestranza dei cannatari, incorporata nella predetta confraternita. Piatti, quartare, fruttiere ed acquasantiere riportano quasi sempre l’immagine della Madonna.
La confraternita comprendeva anche i “vasciddari”, ossia gli apicoltori, ed anche questi richiedevano alla maestranza dei cannatari recipienti con l’immagine ed i simboli della Madonna e di San Francesco.
Va detto pure che la maggior parte dei cannatari proveniva dalla confraternita di Sant’Agata, per cui spesso era effigiata ei recipienti anche questa santa con le iniziali S. A. ai fianchi.
Ma i soggetti religiosi trattati nella decorazione non si limitano ai predetti. Sono presenti ancora Santa Lucia, Santa Chiara, San Giacomo, e perfino Santa Rosa da Viterbo, oltre ad angeli, teste di cherubini ed altri simboli.
Tali immagini e simboli si riscontrano nei lavabi delle sacrestie e sono pure comuni nelle acquasantiere da capezzale, patrimonio di quasi tutte le case. Sino ai nostri giorni sono state viste nelle case più umili artistiche acquasantiere da capezzale che ormai sono finite nelle mani degli antiquari.
Nelle campagne le acquasantiere venivano applicate all’entrata delle abitazioni quasi per ricordare la necessità d’intingere le dita nell’acqua benedetta per allontanare col segno della croce i malefici, gli influssi demoniaci e proteggere la casa dai ladri.
Le acquasantiere popolari del tardo Settecento assomigliano frequentemente a quei ricchi e fastosi panieri di pasta dolce, che si usa fare nelle feste pasquali per il diletto dei bambini.
A Caltagirone, i primi esempi di figure di ceramica per il presepe risalgono probabilmente al medioevo. Nel Settecento annoveriamo fra i “santari”, una vera e propria categoria d’artigiani che producevano statuine della Sacra Famiglia e dei santi per i presepi, Antonio Branciforte ed Antonio Margioglio.
È sul finire del secolo, tuttavia, che questa tradizione, diffusa in tutte le classi sociali, assurge ad alti livelli artistici.
Inizia la produzione di statuine in terracotta policroma di Giuseppe, Salvatore e Giacomo Bongiovanni ed in particolare Bongiovanni Vaccaro. Le sue produzioni hanno avuto riconoscimenti e premi in tutta l’Europa ed il privilegio d’essere esposte al Bristish Museum di Londra e nel Museo di Monaco di Baviera. Il segreto della produzione di Caltagirone non va ricercato solo nella tecnica, per la verità superlativa, ma anche nella capacità di riuscire ad essere lo specchio della propria epoca, di una società reale, essenzialmente contadina, di cui ha documentato col passare degli anni i cambiamenti nei costumi, nei gesti, negli attrezzi di lavoro e nell’architettura. Il presepe di Caltagirone è semplice, in sintonia con le sue origini francescane che nulla hanno a che fare con la celebrazione del potere e dello stile di vita dei nobili e dei borghesi. Per tutto l’Ottocento Caltagirone pullula di botteghe artigiane che si specializzano dando ognuna il proprio contributo alle figure. Possedere un presepe di Caltagirone diventò per le famiglie e per le chiese un vanto, quasi uno status symbol.
Non si possono dimenticare Francesco Bonanno, Giacomo Azzolina, Salvatore Morretta, Gaetano Blandini Vella, Giacomo Judici, veri maestri in quest’arte, e il padre francescano Benedetto Papale, artigiano ma anche ideatore di grandi presepi. Questa tradizione, tramandata di padre in figlio sino ai nostri giorni, è ancora viva nelle oltre cento botteghe artigiane della città.
Il Carcere borbonico, ormai sede storica dell’esposizione più antica e consolidata di quante costituiscono i Musei Civici di Caltagirone, conserva nel corpo massiccio la sua natura originaria. Sollecitato dalla Regia Gran Corte Criminale, voluto dai Borbone, fu richiesto dal Senato Civico “a guisa di castello”, forse per sostituire nell’immaginario collettivo quello autentico caduto nel terremoto del 1693.
Natale Bonaiuto – siracusano che a Caltagirone, come Architetto del Senato, realizzò le sue opere più importanti, dal leggiadro Teatrino, classico e pastorale nel verde d’Arcadia della collina, al solenne ed aulico Monte delle Prestanze – riuscì a coniugare due difficili richieste della committenza: le ragioni della sicurezza e l’esigenza estetica. Una superficie di composta ed armonica bellezza ricopre una struttura tutta studiata per la detenzione, le torture, le pene: al pianoterra le grandi stanze per i prigionieri comuni assicurati a pesanti catene, chiuse da doppia inferriata, e le camere di tortura, della corda, della ruota, del tetto estensibile; al primo piano invece la Cappella per le SS. Messe, i depositi d’armi, i magazzini; più sopra le stanze degli ufficiali, i dormitori delle guardie; ma sotto i tetti, arse d’estate e gelate d’inverno, sono le celle d’isolamento, le secrete orribili, senza uno spiraglio di luce, senza un refolo d’aria, dov’è appena possibile non battere il capo, e non si può stare distesi sul pavimento e le braccia aperte toccano già le pareti.
Sprofondano infine nella terra argillosa due sotterranei dov’è già tortura il silenzio tombale, il tanfo di morte, l’argilla melmosa che giunge alle caviglie o ai ginocchi.
Il visitatore oggi percepisce la cupa atmosfera di dolore e di pena ma, come un fondo suggestivo e remoto, ammira invece la naturale bellezza dell’arenaria, la vastità delle volte bottate, le inquadrature magnifiche che orientano lo sguardo verso la città barocca, le campagne ed i monti, i tramonti boreali continuamente mutevoli.
Anche le collezioni sono varie ed esprimono le complesse ed alterne vicende di un museo frutto dell’intelligenza, dell’amore e della generosità di un grande uomo, nato nel secolo dei lumi e morto nel pieno dell’età positivista e romantica: Emanuele Taranto Rosso, naturalista, archeologo, numismatico ed amante dell’arte. Egli, docente della Reale Accademia degli Studi, capì e perseguì l’indissolubile legame fra il pensiero scientifico e quello umanistico, comprese la necessità della raccolta e dell’esperienza, intese e visse l’equivalente valore del radicamento locale e dell’apertura al mondo.
Nacque così nel 1843, presso il Collegio dei Gesuiti, il Gabinetto di Storia Naturale ed Archeologia donato, nel giorno dell’onomastico del Sovrano, quale “omaggio alla Patria, incitamento alla gioventù”. Alterne vicende portarono quasi a spegnersi la straordinaria ed avanzata intuizione del Taranto di un Museo aperto, centro di ricerca, di studio e di tutela, fortemente legato al mondo della scuola.
Riaccese le morenti fiammelle don Luigi Sturzo, sindaco della città, nel 1914 fondatore del Museo Civico, non più concepito con l’acutezza e la cultura d’Emanuele Taranto ma tuttavia luogo di rifugio e di conversazione rispetto alla fuga delle opere d’arte e dei rinvenimenti archeologici. Il museo accolse anche l’esposizione delle opere d’arte che Vincenzo e Maria Vaccaro, della celebre famiglia di pittori calatini, in successione conservatori del Museo, acquistavano in quegli anni nelle più importanti Mostre nazionali, costituendo così anche palestra per gli esercizi pittorici dei giovani artisti catalini.
Seguirono, purtroppo, nuove vicende: i continui trasferimenti in edifici sempre diversi, il depauperamento e il trafugamento delle raccolte. Troppo breve fu la parentesi della presenza, come curatore, d’Antonino Ragona, la più significativa figura di storico, ceramologo, difensore del patrimonio culturale di Caltagirone del XX secolo. La nascita del Museo Statale della Ceramica, alla cui creazione concorse il Museo Civico con le sue straordinarie collezioni di ceramica, ulteriormente contribuì all’oscuramento del Museo Civico con la riduzione delle esposizioni a quattro sale, pur se finalmente all’ultimo piano del carcere.
Dal 1990 la rinascita, l’inizio di un minuzioso, benché difficile, lavoro d’inventariazione che finalmente registra la consistenza delle raccolte, impedendo ulteriori dispersioni e smarrimenti. Da allora si è proceduto ad un costante lavoro di restauro dei materiali, effettuato con specialisti esterni e con personale interno, in un piccolo ma efficiente laboratorio di restauro che ha salvato da sicura fine centinaia di dipinti, sculture, reperti archeologici; ad un’intensa opera di documentazione fotografica e video, non solo sulle collezioni museali, ma su tutto il patrimonio architettonico, storico-artistico ed ambientale della città e del comprensorio; al rilevamento grafico di zone archeologiche e complessi monumentali; alla raccolta dell’enorme patrimonio orale della cultura popolare e contadina. Quest’importante opera di recupero conservativo è stata costantemente contrassegnata da una particolare attenzione per la divulgazione, per la collaborazione con Soprintendenze, Università italiane e straniere, Associazioni e studiosi e, soprattutto per la didattica, instaurando con le scuole d’ogni ordine e grado solidi e proficui rapporti. Non ultima è l’attività delle mostre, sempre autoprodotte e nascenti da precisi riferimenti col patrimonio museale e con la cultura dei luoghi.
Oggi i Musei Civici comprendono varie collezioni suddivise in sezioni che, pur in attesa di una definitiva sistemazione che si attuerà quando saranno completati i restauri dell’edificio e quelli delle opere, illustrano la storia e i vari aspetti della Comunità e del territorio caltagironese.
La sezione archeologica, rispetto alla ricchezza del territorio e alle raccolte del Museo Archeologico di Siracusa, può apparire scarsamente rappresentativa, ma è l’unica che testimoni ed esprima storicamente la continuità e i caratteri della presenza umana nella zona, nelle raccolte e nel ricco apparato didascalico. Particolarmente significativi sono i reperti neolitici provenienti da Sant’Ippolito, fra i più antichi della Sicilia, e delle Pille. Ugualmente interessanti sono i corredi tombali dell’età del bronzo e del ferro rinvenuti nella vastissima necropoli della Montagna, caratterizzate dalle splendide tombe a “tholos”, fra le più vicine, in Sicilia, ai modelli greco-micenei. Gli insediamenti indigeni e grecizzati di Monte Balchino e Piano Casazze sono testimoniati da vasi e strumenti litici dall’età preistorica all’arrivo dei Greci. Dal grande centro urbano siculo-greco di Monte San Mauro provengono vasi, piccola plastica, gioielli indigeni e d’importazione greca di grande finezza, rivelandosi fiorente città agricola e commerciale. Molto significativa è la saletta dedicata alla città di Caltagirone che, nella difficoltà della ricerca in un sito da sempre abitato, permette tuttavia, grazie all’attenzione prestata nel corso di lavori inerenti la viabilità e l’edificazione, di delineare un quadro minimo della storia e dell’articolazione del centro antico in età preistorica, greca e romana.
Attigua alle sale archeologiche è la Pinacoteca che espone una parte dei dipinti restaurati negli ultimi anni. È particolarmente interessante la prima sala che ospita i dipinti più antichi sinora custoditi nel museo, fra cui: Sant’Antonio da Padova, tavola cinquecentesca d’ignoto siciliano, donata da un fratello d’Emanuele Taranto, monaco cassinese nel Monastero di San Benedetto a Catania; la Conversazione di San Paolo di Pietro d’Asaro, detto il Monocolo di Racalmuto; l’Agonia nel Bosco degli Ulivi d’Epifanio Rosso. Seguono altri dipinti del ‘600, ‘700, ‘800, di buon livello, culminando nella vasta raccolta della famiglia Vaccaro: Giuseppe, Francesco, Mario senior, Vincenzo, Mario junior, pittori sette-ottocenteschi che, tra loro fratelli, figli, nipoti, rappresentarono in termini d’alta qualità, a Caltagirone e in Sicilia, il passaggio dal Classicismo al Romanticismo.
Molto significativa è la collezione di dipinti otto-novecenteschi d’artisti prevalentemente meridionali e locali: Francesco Lo Jacono; Beppe Ciardi, Vincenzo Caprile, Bazzaro, Nitti, Corrado, Libertini, Chiarandà, Strom ed altri. Importantissimi sono i Privilegi, concessioni feudali ed esenzioni da tasse e prestazioni che, non visibili per motivi di conservazione, costituiscono una rara raccolta di pergamene e sigilli dai Normanni in poi.
Di grandioso interesse storico ed artistico sono: il grandioso fercolo di San Giacomo, in legno dorato ed argentato, opera cinquecentesca del napoletano Scipione di Guido; un piccolo e finissimo presepe dell’Ottocento del frate dell’ordine dei minimi Benedetto Papale; la ricca portantina vescovile di fine Settecento; i pregevoli vasi da giardino della famosa bottega Dongiovanni-Vaccaro; le iscrizioni della sepoltura di Fra Luca Pujada (1432), della concessione di Filippo IV dell’Università degli Studi a Caltagirone (1622), della conduzione dell’acqua pubblica dell’Acquanuova (1606), e molti altri, documenti visibili e duraturi della grandezza e della cultura di un Comune costantemente operoso e colto.
Rappresentano una recente gemmazione dei Musei Civici la Mostra Naturalistica Permanente dell’ex Monastero di San Gregorio e la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea sita nel suggestivo edificio dell’Ospedale delle Donne che ampliano l’attività museale nello spazio e il territorio e l’ambiente nel tempo dell’attuale, complessa, affascinante realtà attorno alla città.
A Caltagirone ne è un illustre esempio il Teatro-Museo dei Pupi siciliani di via Verdumai. Il Teatro Stabile della Primaria compagnia dell’Opera dei Pupi di Caltagirone nasce in tempi difficili, alla fine del primo conflitto mondiale, per opera di Giovanni Russo. Dopo di lui l’Opra passa in eredità ad altri uomini, i quali superano le difficoltà che un’attività come questa comporta, grazie alla loro tenacia: Gesualdo e Salvatore Pepe, Eugenio Piazza e, oggi, la Società Eliotour. Nel 1978, il Comune di Caltagirone, prendendo spunto dal grande successo di pubblico che la Compagnia aveva riscosso nel corso di una rassegna di Pupi ad Acicastello, le affida il locale di via Verdumai. Restaurato ed adattato all’uopo, il teatro ospita oggi, oltre alla sala per gli spettacoli, una mostra dei pupi siciliani, appartenuti alla collezione di Gesualdo Pepe, ed un’esposizione di locandine e di libri storici.
La collezione di pupi comprende settanta soggetti di dimensioni che variano da 1,20 a 1,45 metri, interamente costruiti in legno, e cinquanta teste di ricambio che consentono di avere a disposizione un gran numero di personaggi. I pupi sono vestiti da abiti in raso e velluto e dotati d’armature in rame e ferro lavorati a mano.
Gli spettacoli, che ripropongono le gesta eroiche dell’epopea cavalleresca rinnovate di volta in volta dalla fantasia e dall’estro degli artisti, si svolgono sul palcoscenico dotato di numerosi fondali intercambiabili dipinti a mano. Manovratori ed oratori danno vita e voce ai pupi mentre gli aiutanti assicurano l’avvicendarsi dei vari personaggi. Affiatamento, bravura interpretativa, esperienza e capacità d’improvvisazione sono gli elementi che concorrono alla buona riuscita dello spettacolo, oltre ad una grande passione per quest’arte.
L’illuminazione della scala ha storia antica. Il primo ad aver pensato, verso la fine del 1700, ad un disegno luminoso, fu l’architetto Bonaiuto. Ma si deve ad un frate, Benedetto Papale, la fantasmagorica scenografia della scala illuminata. Per quarant’anni il monaco disegnò motivi ornamentali, soprattutto floreali, di grand’effetto. La sistemazione a disegno prestabilito della luminaria presuppone un mese di preparazione. Gli addetti se ne tramandano l’arte di padre in figlio.
Il momento della collocazione delle quattromila lucerne (“coppi”) è assai curioso. Vi si assiste nel più rigoroso silenzio. È il capomastro a dirigere la “chiamata” del disegno, che consiste nel deporre lentamente i “coppi” al loro giusto posto. Emozionante è il momento dall’accensione: un gran numero di uomini, molti dei quali ragazzi, appostati lungo la scalinata, attendono il segnale convenuto (è fissato alle 21:30) per accendere gli stoppini con steli di piante secche, chiamati “busi”. Le “lumere” s’accendono all’improvviso, una dopo l’altra, dando vita ad un impressionante serpente di fuoco. L’arazzo ha vita per un paio d’ore, nel corso delle quali una marea di spettatori vi s’assiepa festosamente ai piedi. In primavera (maggio-giugno), la scala viene rivestita di fiori: migliaia di piantine in vasetto vengono sistemate sui gradini.
Quasi tutte le edicole sono di ceramica: dalle più recenti, collocate soprattutto negli anni Cinquanta del Novecento per un rinnovato culto mariano, alle più antiche, di fattura settecentesca, come quella – in via Ronco de Francisci, dietro la chiesa dell’ex Matrice – a forma di finestra barocca, che un anonimo cannataro decorò con i colori tipici della ceramica calatina: il giallo, il verde, il manganese, il blu cobalto. Se ne trovano dappertutto fra i “carruggi”, ma immancabili sono in ogni “chianu”, una costante – diffusa e tipica – nella scansione dello spazio urbano del centro storico: imprevisto e distensivo respiro spaziale fra un aggrovigliato tracciato di viuzze, ma anche, nella civiltà contadina, punto di raccordo comunitario della vita quotidiana.
Snodo e convergenza di strade e di vissuto, “u chianu” – dove c’erano sempre una fontana e un’edicola e talvolta, in quelli più grandi, anche una chiesa – fino a quarant’anni fa scandiva il ritmo della vita collettiva degli abitanti della zona: in quello slargo gli uomini che ritornavano dalla campagna potevano far sostare per qualche minuto le stanche cavalcature, nel frattempo parlando di sementi e di raccolto, di pioggia e siccità; e là, attorno alla fontana, si sviluppava durante il giorno l’intensa vita relazionale fra le donne, che restavano per ore a parlare, a sparlare, a litigare, in attesa che “quartare” e “bummuli” di terracotta si riempissero d’acqua.
Ce ne sono tanti e bellissimi, di questi “chiani”, disseminati fra i quartieri popolari: quello grande e ventoso di Largo San Giorgio, ad esempio, o, nello stesso quartiere, quello piccolo ed aggraziato del Pianiolo; nella parte bassa del quartiere di San Giacomo si apre invece la spazialità remota e sognante che conclude via Napoli, benché in questo caso, più che di una piazzetta, si tratta in verità di una movimentata confluenza di “carruggi” in salita, verso via Celso, e in discesa verso via Stella e via Ludeca. L’effetto è però quasi magico: una sospesa scenografia di scale e “prise”, dove sembra riaffiorare il passato e, lì per lì, materializzarsi la visione di donne con ricolmi canestri o traboccanti brocche sulla testa; di bambini che su quei gradoni giocano con pietruzze, con semi d’albicocche, con invincibili e scintillanti durlindane occultate nell’apparente opacità di lignei bastoni; di solerti artigiani ed affaccendati mercanti ebrei che da lì passano scendendo verso le loro botteghe e i loro fondaci nella sottostante via Ludeca. Ma il più emblematico, e forse il più trasandato fra gli slarghi di Caltagirone, è “u chianu ra Nivi”, nella parte più bassa della zona interna fra via Acquanuova e via San Pietro, con le sue ancora visibili ma fatiscenti tracce di una dimensione di vita ormai estinta: l’anello di ferro davanti ad una casa, al quale venivano attaccate le cavalcature prima di caricarle o scaricarle; una fontana di ghisa sormontata da una testa di medusa, dalla cui bocca un tempo scaturiva uno scrosciante cannello d’acqua, ma adesso muto e cavo ricettacolo d’immondizie; la piccola, e tenacemente serrata, chiesetta della Madonna della Neve con l’essenziale grazia delle sue linee; ed infine la lunga ed ampia scalinata di via Mantelli, teatralmente risalente verso San Pietro. Spesso inaccessibili alle macchine, fra i “carruggi” si perde la memoria del ritmo accelerato della contemporaneità, in una sorta di ritrovata e oscura continuità col passato: attorno, solo la vibrante coralità di vissuto delle dimesse abitazioni che sembrano sostenersi l’una all’altra; in alto, la striscia azzurrissima del cielo, o il groviglio vegetale di qualche balconcino, traboccante di malvarosa, bagonie, gerani, confusi al basilico, alla menta, talvolta anche al verde di una rigogliosa pergola che dalla strada decisamente risale fino ai piani soprelevati, all’immancabile terrazzo sui tetti.
Da lì, tra quell’alto, aereo, luminoso incrociarsi di tegole e rondini, anche l’artigiano, il contadino, lo stanco giomataro, potevano, come e forse più del nobile signore nel suo superbo e fortificato palazzo, sentire più profondo e vicino l’azzurro del cielo.
La prima festa esterna, celebrata con imponente sfarzo e con manifestazioni artistiche e cerimonie religiose solenni, si ebbe nel 1591.
Portato a spalla, il fercolo, accompagnato dal Senato Civico e da una massa di popolo festante, percorreva le strade principali della città dalla mezzanotte del 24 luglio sino all’alba del 25, giorno consacrato all’apostolo. Il fercolo era preceduto da una preziosa cassa argentea, realizzata dal 1599 al 1701 dai più noti argentieri del tempo, contenente, in un reliquario a forma di mano benedicente, una parte dell’osso del braccio di San Giacomo donata nel 1457 alla città natale da Giovanni Burgio, vescovo di Siponto. Era una manifestazione corale di fede con qualche divagazione edonistica, che faceva folklore ma non intaccava tuttavia la devozione sentita e mantenuta fervida nei secoli.
Da anni non si ode più il grido “Viva Diu e San Jacupu” levato alto dal popolo. La sera del 25 luglio il fercolo e la cassa della reliquia fanno il giro della città su mezzi meccanici con lo stesso cerimoniale d’un tempo e qualche variante nello svolgimento.
In compenso il programma dei festeggiamenti s’articola e arricchisce di anno in anno di numerose manifestazioni artistiche, culturali, sportive e folcloristiche. Prima fra tutte, in ordine cronologico, la “serata alla villa”, giorno 23, contrassegnata da concerti bandistici e da un fantasmagorico spettacolo di fuochi pirotecnici. Segue il “Corteo del Senato Civico” (XVII secolo) che accompagna le autorità civili ai riti religiosi la sera del 24 e del 25 luglio. In costumi del Seicento, il Corteo testimonia, nello sfarzo delle vesti dei suoi componenti, il prestigio che l’Universitas caltagironese aveva nel Regno per la vastità del patrimonio demaniale. Nelle sere del 24 e del 25 luglio viene effettuata l’illuminazione della Scala di Santa Maria del Monte con lumiere ad olio entro coppi policromi, disposti a disegno lungo i centoquarantadue gradini, che la rendono un arazzo brulicante di luci. Non mancano, solitamente, mostre d’arte d’ogni genere, spettacoli folcloristici di tradizione come l’opera dei pupi, manifestazioni musicali coinvolgenti tutte le fasce d’età e i più diversi interessi.
Ma è spettacolo anche la folla sempre numerosa, accresciuta dalla presenza degli abitanti dei centri vicini e, soprattutto, dai calatini lontani che per la festa del Patrono rientrano in massa perché nessuno vuole rinunciare a viverla con i propri familiari, secondo un’antica usanza che il tempo non sa né può cancellare dalla memoria e dal cuore. La festa di San Giacomo è per i calatini, come il natale, festa di famiglia.
Donata sul finire del XVI secolo alla Chiesa Madre dedicata all’Assunta, la sacra immagine della Vergine, raffigurata seduta con in braccio il Bambino Gesù ed avvolta in un manto trapunto di stelle, veniva esposta, al posto del Cristo portacroce, al centro di un polittico detto “cona” (da cui la denominazione Cona Domini), tutte le volte che gravi calamità, siccità, pestilenze, carestie, affliggevano la comunità cittadina.
La devozione diffusasi nel tempo tra il popolo spinse il Senato a proclamare, nel luglio del 1644, la Madonna di Conadomini compatrona principale della città, deliberazione che ne accrebbe vieppiù il culto, tant’è che la festa celebrata in suo onore alla fine di maggio coinvolge da secoli tutta la città ed in particolare il mondo agricolo, che per i benefici più volte ricevuti dalla sua implorata protezione le ha tributato l’appellativo di “Madonna del pane”.
È il mondo agricolo che, tra fede e folklore, rende la festa particolarmente solenne con l’offerta dei doni della terra, che viene fatta al termine del cosiddetto “corteo della rusedda”, una pianta profumata, il cisto, tanto ricercata un tempo dai ceramisti per i loro forni. In lunga processione, fasci di “rusedda” raccolta nel bosco di Santo Pietro venivano portati un tempo a dorso d’animali da soma alla chiesa della Conadomini. Era una manifestazione di grande suggestione, aperta da sbandieratori, dal “triunfu”, un insieme di stendardi con l’immagine della Madonna, e da suonatori di “brogne”, conchiglie particolari dal suono strano, quasi magico nella sua cupezza.
Il tempo scorre, i mezzi cambiano, ma la devozione è sempre la stessa. Ora il corteo della “rusedda” è solo nominale.
Un lungo corteo di mezzi agricoli meccanici, un centinaio e forse più, addobbati di verde e di fiori, tra i quali la “rusedda” è ormai solamente un simbolo avendo lasciato il posto al grano e ad altri prodotti dei campi, sfila per la città fino al tempio della Vergine.
Del corteo fanno parte, oltre ai componenti della tradizione, gruppi folcloristici che in costumi d’epoca recuperano di volta in volta avvenimenti storici o testimonianze di fede o di devozione.
Seguono in chiesa i riti religiosi officiati dal vescovo della diocesi, in presenza delle autorità cittadine accompagnate dal Corteo Senatorio in costumi del XVII secolo.
Per la festa della Madonna di Conadomini, la monumentale Scala di Santa Maria del Monte unisce ai colori delle ceramiche delle alzate dei centoquarantadue gradini i colori dell’Infiorata, solenne e devoto omaggio della città alla Vergine e al suo Divin Figliolo.