L'art director è una figura professionale tipica della comunicazione pubblicitaria che si occupa di studiare la parte visuale, grafica e tipografica della comunicazione di un prodotto o servizio. Letteralmente il termine "art director" indica il "direttore artistico". In questo senso più lato si identificano figure simili per responsabilità e scopi all'art director pubblicitario, fondamentali anche in altri settori: cinema, teatro, design, arti visive in genere.
La riflessione di cosa un'immagine possa significare da sola e poi esplicitata è fondamentale, ad esempio, quando si vuole pianificare una campagna teaser. "Teaser" viene dall'inglese to tease, "stuzzicare", "intrigare", "incuriosire" e indica quelle campagne di comunicazione in cui le prime uscite presentano un'immagine o uno spot televisivo breve che non spiega chiaramente quale sia la natura del prodotto o servizio, ma induce chi guarda a chiedersi cosa si voglia dire davvero. Questo aumenta la soglia di interesse e di attenzione del pubblico quando inizia la campagna vera e propria.
Il caso della teaser, forse ancora più delle normali campagne pubblicitarie, chiarisce quanto il ruolo dell'art director possa essere assolutamente determinante: se la teaser è ovvia, è una perdita di tempi, costi e spazi pubblicitari; se è troppo cervellotica può irritare chi la osserva o indurre un'idea rispetto al prodotto del tutto falsata.
Inoltre, è, solitamente, responsabile del reparto grafico e supervisiona il lavoro di una variegata serie di professionisti. I grafici, anzitutto, che declinano il concetto principale sviluppato dall
Dal punto di vista dello sviluppo della carriera, è assai frequente che un art passi un periodo lavorativo iniziale, familiarmente detto "gavetta", di considerevoli moli di lavoro in larga misura mal pagate. Dal momento che il mestiere dell'art matura in larga misura nella pratica lavorativa quotidiana, non è raro che la gavetta possa durare anni, anche a seconda delle condizioni più o meno floride del mercato economico di riferimento.
Nel settore, inoltre, vi è una competizione molto forte e, quantomeno in Italia, scarse tutele professionali e ancor più scarse tutele sindacali: la comunicazione risulta essere soggetta ad un turnover di personale molto frequente e i creativi migliori tendono a cambiare agenzia spostandosi, se necessario, anche all'estero. Dunque il senso di appartenenza ad una categoria professionale ben precisa stenta a formarsi e il rapporto lavorativo è gestito molto spesso fuori dai contratti nazionali e dalle loro conseguenti tutele.
Tuttavia, le caratteristiche del settore portano i creativi a costruirsi una professionalità di alto livello, una forma mentis orientata all'autoapprendimento, una solida esperienza di prodotto, una estrema adattabilità alle esigenze del mercato e del lavoro. Permettono loro di venire a conoscere altri colleghi e professionisti del settore e, soprattutto, molti clienti diversi. Tutto ciò diventa fondamentale quando l'art voglia decidere di aprire un'agenzia per suo conto o in società con qualche collega, spesso un copywriter, di cui possa fidarsi e con cui ci sia un buon rapporto di lavoro.
Da ultimo, ma non per importanzam, un creativo del settore comunicazione deve affrontare quotidianamente la responsabilità di ciò che comunica, dei bisogni che induce nel pubblico, dei messaggi e del ritratto umano che tratteggia a chi lo guarda. Qualora una certa campagna di comunicazione risultasse offensiva è consueto che intervenga l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria, detto "Gran Giurì", che oscura la campagna stessa e obbliga a produrne una in linea con la deontologia della professione e il rispetto del pubblico.
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